Conversazione con Marco Immordino, coordinatore Salute e Sicurezza della Filcams Cgil di Roma e del Lazio

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10 marzo 2021
La crisi pandemica sta sottoponendo a forte stress tutte le organizzazioni produttive e sociali, modificando i processi, le istanze, le innovazioni di processo e di prodotto delle filiere. Nel quadro descritto, si sviluppa il concetto di qualità e sostenibilità con il tema della Salute e Sicurezza dei lavoratori. Proveremo ad analizzare il tema con Marco Immordino, sociologo del lavoro, esperto in Sistemi di Gestione per la qualità e la Salute e sicurezza sul lavoro e Coordinatore Salute e Sicurezza per la Filcams Cgil di Roma e del Lazio.

Com’è cambiato il quadro sistemico del tema salute e sicurezza con la crisi pandemica?

Se per quadro sistemico intendiamo l’economia, il lavoro, la sua organizzazione e conseguentemente la governance, non c’è dubbio che l’epidemia ha messo tutte queste parti del quadro a durissima prova. Stiamo vivendo un cambiamento veramente importante e la ripresa sarà ancora più incalzante, perché proporrà sfide tanto inedite quanto maggiormente complesse. Il post Covid-19 ci mostrerà se questi drammatici mesi sono passati invano o piuttosto saranno lo stimolo dopo il dramma. A mio avviso la vera questione è se questa esperienza ha davvero avuto il merito di farci aprire gli occhi, per cambiare profondamente un’economia ormai affetta da crisi sistemica. Infatti, il modello economico produttivo dominante si basa su una competizione senza innovazione, qualità e formazione che impone: una manodopera a basso costo, la sottovalutazione della professionalità e della competenza, il taglio dei costi fissi in modo indiscriminato. In sintesi, questo modello ha svalutato il lavoro e favorito la precarietà, ha sviluppato la convinzione per le aziende che è più conveniente stipulare tipologie di contratto a breve o non rappresentativi, in altre parole il c.d. “contratto pirata”, del tutto privi di tutela prevenzionistica. Pertanto, ritengo corretto che, prima di entrare nel merito del tema salute e sicurezza, dovremmo fare una seria riflessione per riscrivere il lavoro e conseguentemente anche un’economia che, come dicevo già prima del Covid-19 ha, di fatto, impoverito il significato del lavoro stesso: reso merce tra altre “merci” in un mercato globalizzato e appiattito nell’indifferenza verso le persone e i fatti sociali. Con la scusa del ricatto della conservazione del posto di lavoro, oggi il lavoratore è messo in sottordine e ciò determina una mentalità imprenditoriale, soprattutto nei piccoli appalti che si traduce in: “Hai un lavoro? Non perdere tempo con la sicurezza. Ricordati che c’è la crisi e il tuo il posto è a rischio”. Dobbiamo scrollarci di dosso il peso insopportabile di un neoliberalismo che accresce le disuguaglianze anche tra lavoratori della stessa azienda. Pertanto, se prima non affrontiamo in modo corretto questi temi, riscrivendo la grammatica del lavoro, dell’organizzazione del lavoro e conseguentemente dell’economia, corriamo il rischio di non valorizzare il tema della salute e sicurezza. Insomma, il mondo del lavoro e conseguentemente la Salute e Sicurezza sul Lavoro (SSL) si trovano all’interno di questa non felice cornice, perché pressati da un’idea di business orientata al breve termine e non è difficile comprendere che questa direzione è priva di senso, non più percorribile e destinata a essere perdente sotto tutti i punti di vista. In più, oggi abbiamo una situazione assai più complessa rispetto al momento pre-Covid-19, la quale, però, ci obbliga a cambiare passo e approccio rapidamente. Oggi, con i piedi siamo ancora nella pandemia e speriamo di uscirne prima possibile ma la nostra testa non può ragionare allo stesso modo come nella fase pre Covid-19 perché altrimenti non attueremo mai il cambiamento che ci chiede la generazione futura.

Come giudica l’intesa sul Protocollo anti Covid-19?

Il testo è sicuramente un gran passo in avanti, oserei dire una conquista. Rappresenta una leva importante per l’azione negoziale e contrattuale di secondo livello sia aziendale e sia territoriale. È una cerniera tra la possibilità di riprendere e/o continuare a produrre e rispettare le condizioni che assicurino adeguati livelli di protezione consentendo a tutti i lavoratori di preservarsi dalla contaminazione da Covid-19. La mancata attuazione del Protocollo determina la sospensione dell’attività fino al ripristino delle condizioni di sicurezza. L’obiettivo primario del Protocollo è di coniugare la prosecuzione delle attività produttive garantendo le condizioni di salubrità degli ambienti di lavoro e delle modalità lavorative, a mio avviso, quindi ci sono almeno due aspetti davvero importanti: in primis, finalmente si parla esplicitamente di valutazione del rischio nel singolo luogo di lavoro; secondo aspetto, la partecipazione attiva dei RSA e RLS nel Comitato Aziendale assieme al Datore di lavoro, RSPP e Medico competente per attuare e verificare le misure anti contagio messe in atto dall’azienda. La Filcams di Roma e del Lazio ha colto immediatamente tale opportunità. Dopo aver letto il primo Protocollo uscito il 14 marzo dello scorso anno, ci siamo attivati prontamente per sollecitare l’attivazione del Comitato Aziendale e comunicare i referenti dei RSA e RLS a tutte le aziende dal comparto del Multiservizi, operanti negli appalti della sanità pubblica e privata della Regione Lazio, così come del Commercio, del Turismo nonché a tutti gli Istituti di Vigilanza privata e dei Servizi Fiduciari. Ovviamente, sempre unitariamente con le altre sigle sindacali di Fisascat, UILTuCS e UIL Trasporti. Ci siamo assunti una bella responsabilità, perché solo dopo che il Protocollo è stato inserito nel DPCM del 26 aprile 2020, è divenuto legge, mentre prima non tutti la pensavano come noi e abbiamo subito anche qualche ingiusta critica. Del resto il Protocollo non deroga all’applicazione del D. Lgs 81/2008, ma introduce altre misure di precauzione in tema di Salute e Sicurezza sul Luogo di Lavoro rafforzando il ruolo delle rappresentanze sindacali aziendali e rendendole consapevoli dell’importanza della salute e sicurezza all’interno del proprio ambiente lavorativo. All’interno del Protocollo è ribadito, sia in premessa sia nei singoli articoli, che la traduzione corretta delle linee guida del Protocollo nei singoli luoghi di lavoro, deve essere frutto del confronto tra le rappresentanze aziendali in merito a: dispositivi di protezione, nuove disposizioni organizzative, distanziamento, rapporto con i fornitori, riorganizzazione dei turni e orari, smartworking, ricorso agli ammortizzatori sociali. Credo che rappresenti un bel passo in avanti di alto valore politico per il sindacato da cogliere e non disperdere.

Ci può descrivere, nei comparti da lei seguiti, come hanno reagito le aziende al Covid-19 in termini di prevenzione?

Come dicevo, all’inizio della pandemia c’è stata una generale difficoltà nel recuperare le mascherine e ciò ha creato non pochi disagi e frustrazioni alle lavoratrici e lavoratori dei settori che seguiamo e di conseguenze tutte le aziende si sono trovate impreparate. Tanto per dare un’idea di come abbiamo vissuto quei momenti, posso citare il caso delle lavoratrici e i lavoratori del Multiservizi che operano presso l’Ospedale Spallanzani, che da un giorno all’altro si sono visti coinvolti nelle sanificazioni delle stanze dei coniugi cinesi, i primi pazienti ricoverati per Covid-19 a Roma, con tanto di addestramento per indossare la vestizione necessaria oltre che alle nuove norme operative per sanificare le stanze. Anche in questo caso il Protocollo ci è venuto in aiuto in merito agli appalti e alle ben definite responsabilità del committente. Fortunatamente l’Ospedale Spallanzani è un’eccellenza italiana e ciò ha garantito la massima efficienza nella tutela anche per le lavoratrici in appalto. Certo, non è stato tutto così semplice, abbiamo riscontrato notevoli resistenze di natura operativa ma anche culturale, soprattutto con le grandi aziende che avevano la sede principale al di fuori della Regione Lazio in cui operano, le quali hanno, interpretavano a modo loro, le linee guida del Protocollo, attivando un solo Comitato presso la sede della casa madre. In un caso, ci siamo visti negare l’elezione del RLS e com’è ovvio, abbiamo aperto una vertenza per il comportamento anti sindacale tenuto dall’azienda per la mancata attuazione del Protocollo sul luogo di lavoro. La vertenza si è terminata positivamente per la Filcams di Roma e Lazio con un verbale di conciliazione davanti al giudice del Tribunale di Roma che ha visto riconoscere la nomina del RLS e l’attuazione sul l’appalto del Comitato anti Covid-19 con il riconoscimento della partecipazione dei RSA e RLS. E’ stata una bella conquista soprattutto per i lavoratori che rappresentiamo.

Quali strumenti e quali migliorie posso aggiungersi a suo avviso in una strategia di lungo periodo, e che ruolo riveste in questa la leva della formazione?

C’è veramente molto da fare in termini di miglioramento. Da qualche tempo stiamo denunciando la mancanza nel nostro Paese di strategie nazionali consistenti in termini di prevenzione. Tuttavia, gli elementi essenziali per una corretta politica per la sicurezza deve essere quella di avere un mercato del lavoro stabile e qualificato, in grado di interagire con le grandi evoluzioni in atto, non di subirle. Un altro aspetto che dobbiamo assolutamente migliorare è la cultura burocratica e “adempista” in materia di SSL, per troppo tempo relegata agli esperti tecnici della prevenzione. E’ molto diffusa la convinzione, tra moltissimi imprenditori e pubbliche istituzioni, di rappresentare la SSL essenzialmente come un obbligo normativo, un puntuale adempimento di norme e leggi che, nella realtà si traducono in un onere pesante per l’azienda e un fattore ostacolante all’organizzazione del lavoro. Gli adempimenti formali fanno sembrare tutto a posto sulla carta, ma nella realtà il lavoro dei lavoratori rimane in pericolo. Dobbiamo uscire dalla logica sterile del muro di carte e affrontare con competenza il sistema complesso delle realtà produttive utilizzando un approccio socio-tecnico e sistemico che rende evidente l’organizzazione del lavoro reale come base su cui si deve fondare la moderna SSL. Serve una formazione diversa da quella fin qui fatta ma anche un impegno politico serio. Spesso si sente dire che bisogna mettere al centro della SSL il lavoratore ma, di fatto, è un errore. Prima del lavoratore viene l’organizzazione del lavoro; è lei che determina la sicurezza sul posto di lavoro. La SSL, infatti, non è solo la tutela della malattia o dell’infortunio, di fatto è un sistema organizzato che tende ad avere come obiettivo l’assenza della malattia e la riduzione di tutti i rischi concomitanti nell’attività lavorativa col fine di produrre benessere fisico, psichico e sociale. Consapevoli di questa nuova visione, la Filcams CGIl di Roma e Lazio ha istituito sportelli di ascolto per i lavoratori per i singoli dipartimenti che rappresentiamo, attivato iniziative di formazione per i RLS, promosso l’elezione del RLS in ogni azienda. E’ scontato che ciò non basta perché serve un maggior confronto con le istituzioni. Ci stiamo sempre più rendendo conto che il ruolo del sindacato è quello di rappresentare le condizioni di lavoro ma al contempo, deve anche avere la capacità di intervenire sull’idoneità dei luoghi di lavoro e sulle mansioni, attraverso una riunificazione dei diritti del lavoro. Come dicevo la pandemia ha rafforzato queste convinzioni e ha messo in luce che la tutela della salute delle persone è ben altro: è prima di tutto un concetto sociale che si affronta con un approccio sistemico alla prevenzione perché la SSL è un diritto individuale fondamentale ma anche un interesse della collettività in cui si svolge l’attività lavorativa. Dobbiamo ripartire dalla qualità del lavoro e del miglioramento continuo dell’organizzazione, perché innovazione, qualità e formazione sono le tre stelle polari che devono guidare il nostro cammino verso il futuro e, se facciamo ciò, automaticamente si valorizza anche il tema della SSL orientandola alla vita quotidiana reale e non virtuale, nei luoghi di lavoro. Termino, con alcune provocazioni che spero siano di auspicio per successive riflessioni. Il Protocollo è stato concepito partendo dal presupposto che la SSL deve essere rappresentata come il sistema di gestione dell’organizzazione del lavoro per predisporre luoghi di lavoro sicuri e salubri, al fine di prevenire contagi, infortuni e malattie correlate al lavoro e al miglioramento proattivo delle prestazioni concernenti la SSL. Al contempo ha anche affermato che la partecipazione alla SSL non può essere “alternativa” alla contrattazione, perché la contrattazione è anche tutela della SSL che rende il contesto operativo sicuro e adeguato per chiunque vi opera. Del resto, questo legame tra partecipazione e organizzazione del lavoro, iniziò a essere presente con l’art 9 dello Statuto del lavoro del 1970, la legge 626 del 1994, per poi divenire elemento cardine del sistema con l’articolo 30 del D. Lgs. 81 del 2008 e infine, anche con le recenti norme volontarie ISO 45001 del 2018 che, a mio avviso dovrebbero essere inserite come requisito obbligatorio nelle gare d’appalto della P.A. così come avviene già con le norme ISO 9000. Insomma, quello di cui abbiamo bisogno è una visione olistica del tema SSL, come un sistema organizzato di prevenzione basato sulla partecipazione attiva di tutti i soggetti coinvolti nella realizzazione di un ambiente di lavoro sano e sicuro per i lavoratori ma anche per la collettività.