Conversazione con Giampiero Modena, coordinatore dipartimento Salute e Sicurezza Cgil Roma e Lazio

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06 aprile 2021
Come sta cambiando il concetto di Salute e Sicurezza nello scenario post Covid 19?

Il Covid–19 è la classica crisi (una crisi grave che ci è costata quasi 80.000 morti) che contiene in sé l’opportunità per dei cambiamenti. Per quanto attiene alla salute e sicurezza sul lavoro, questo è stato particolarmente vero sul piano pratico e su quello teorico. Per il primo aspetto gli attori definiti dal Dlgs 81/08 hanno improvvisamente assunto quel rilievo che a dieci anni dall’entrata in vigore del decreto ancora stentava ad essere riconosciuto, quanto meno nella corretta concezione di ogni singolo ruolo: soprattutto nelle realtà aziendali piccole, l’ottica prevalente era (e continua ad essere) quella “adempista”, il “doverlo fare per legge”, lontano quindi da una corretta (e quindi efficace) cultura della sicurezza.

Con Covid-19 ognuna delle figure previste, ossia Datore di lavoro, Responsabile del Servizio di Prevenzione e protezione (RSPP), Medico Competente e, in primis, il Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza, si è trovata di colpo a gestire situazioni inedite: il classico “che fare?” ha attraversato tutti. Il problema è stato e continua ad essere che stai sul campo e non hai tempo per dissertazioni; devi dare risposte, impostare le cose; per un RLS si tratta di dare informazioni pratiche ai colleghi, recepire istanze e rappresentarle e nel caso di Covid-19 ha voluto dire scoprire di non prendere le cose alla leggera, di avere delle responsabilità che in ultima analisi hanno a che fare con la salute e la vita delle persone. Per il secondo aspetto, quello teorico, abbiamo dovuto fare i conti con una rivisitazione del concetto di Valutazione dei Rischi e del connesso insieme delle misure di prevenzione e protezione da predisporre davanti ad una pandemia pericolosa. E prima di approdare al concetto che andavano rivisti un po' alcuni parametri, ce n’è voluta. In questo i Protocolli di marzo e poi di aprile promossi dal Governo hanno dato un interessante contribuito (dopo anni di assenza di un giusto ruolo governativo nei confronti delle parti sociali), soprattutto nell’affermazione che quanto disposto nei protocolli, da quelli nazionali a quelli aziendali, erano “attuativi” di quanto stabilito dal Governo.

Così, dopo dibattiti che hanno visto spesso contrapposizioni tra Confindustria e autorevoli esperti in materia, si è giunti all’idea che la Valutazione dei Rischi in tempi normali è diversa da quella in tempo di pandemia, e non basta aggiungere un fascicolo con le misure da adottare (peraltro con forte carattere di genericità) per fronteggiare un virus.

Si è cominciato a capire che l’organizzazione del lavoro, come risposta di difesa possibile, viene alterata: non puoi pensare che il lavoro in tempi standard e di pandemia siano la stessa cosa. Ma è un percorso appena iniziato.

Come stanno reagendo le aziende dal suo Osservatorio privilegiato nel sistema produttivo della nostra Regione?

La risposta è difforme: le piccole soffrono. Io mi sono occupato di imprese artigiane ed è complicato, anche in tempi “di pace”, investire una figura imprenditoriale di questa natura di un ruolo che la legge gli assegna in quanto datore di lavoro. Un termoidraulico, un fornaio o un tipografo in un’azienda dove lavorano in tre/quattro, lui incluso, fa il suo lavoro, che poi per le imprese di impiantistica a Roma significa essere spesso assorbiti nel sistema di appalti e subappalti con i suoi costi via via ridotti man mano che si scende verso il basso e tempi sempre più stretti. Talvolta l’imprenditore ricopre anche il ruolo di RSPP, talaltra ricorre a figure esterne. Non è come una grande azienda che ha le risorse da dedicare ad un efficiente servizio di prevenzione e protezione. Qui i protocolli glieli fa un consulente. Il comitato di applicazione del protocollo non c’è (se non in qualche raro caso) e per questo nel protocollo nazionale di aprile si sono previsti dei comitati territoriali, che faticano, almeno qui nel Lazio, ad avere un ruolo. Le aziende grandi hanno risposto in modo diverso: nell’industria (meccanica, chimica, comunicazioni) si è teso a redigere i protocolli e a fare i comitati. Quanto funzionino è un altro paio di maniche. Bisogna lavorarci sopra. Nel Pubblico, anche se loro hanno avuto un protocollo nazionale diverso, in molti casi hanno fatto i protocolli ma hanno manifestato resistenza ai Comitati, riconducendo questi ad una funzione (e ad una funzionalità) derivante da quella descritta nell’art. 35 del Dlgs 81/08 (la riunione periodica). C’è poi il Terziario, che rappresenta due tipi di problemi: il primo è legato al fatto che non poche grandi aziende di servizi, operative in una miriade di appalti sul territorio nazionale, hanno pensato di ottemperare alla norma facendo un unico protocollo nella loro sede centrale nazionale dicendo “vale per tutti”, come se lavorare in appalto in un ospedale di Roma o in un grande ente sia la stessa cosa di quello che capita in realtà operative dell’Italia settentrionale o meridionale. Il secondo problema è formale ed attiene al tipo di rappresentanza presente in queste realtà: non ci sono RSU, che sono rappresentanze universalmente elette dai lavoratori, ma RSA, rappresentanze designate da un’organizzazione sindacale e che in teoria rappresenterebbero solo gli iscritti di quella sigla. Siccome nei protocolli nazionali si fa riferimento alla rappresentanza in realtà senza declinarla, c’è chi ha assunto il concetto (noi ovviamente la pensiamo ben diversamente) che debba trattarsi solo di quelle elette e quindi ampi pezzi di questi comparti non vengono coinvolti. Ovviamente i RLS vengono riconosciuti (ci mancherebbe altro), ma anche qui è complicato, perché le grandi aziende plurilocalizzate non considerano spesso l’articolazione dei luoghi di lavoro, ma la somma dei loro dipendenti a livello nazionale. Sicché dicono “Ho più di mille dipendenti? Bene: sono sei RLS”, i quali devono rappresentare tutti i lavoratori di tutte le sedi operative, magari senza mai aver messo piede in parecchie di queste.

Ritiene il protocollo nazionale efficiente, insieme alle integrazioni alla legge quadro?

Una cosa che ripeto sempre è che la pandemia e la normativa d’emergenza non hanno “abrogato” le leggi che riguardano la salute e la sicurezza sul lavoro. Ad essere stringati, ci sono tre capisaldi da tenersi stretti: l’art. 2087del codice civile, che richiama l’imprenditore all’obbligo di tutelare la salute dei propri lavoratori, l’art. 9 della legge 300/70 dove si dice che i lavoratori, per il tramite delle loro rappresentanze, hanno il diritto di controllare l’applicazione delle misure a tutela della loro salute e da ultimo il Dlgs 81/08, ad oggi ancora una buona legge, che risponde a quanto indicato dalle direttive europee.

Il protocollo nazionale, integrandosi, specificamente per quanto riguarda la pandemia, con la normativa esistente, chiama in causa tutte le rappresentanze (oltre ai RLS) perché contiene l’idea che, se per difendermi dal virus, fra le varie misure, devo rivedere l’organizzazione del lavoro (fra le misure ammesse, oltre a dispositivi e disposizioni riguardanti le strutture e le dotazioni aziendali e allo smart working, si parla esplicitamente di turni, rotazioni, ecc.), questo è oggetto tipico della contrattazione tutta in mano ad RSU (e io dico anche RSA). Quindi, oltre a dover riscrivere il Documento di Valutazione dei Rischi (che va redatto ogni volta che interviene un cambiamento nelle dinamiche aziendali), vanno condivise le regole organizzative migliori per affrontare il rischio contagio. In questo senso DVR e Protocolli si parlano. O almeno dovrebbero farlo.

Il problema è che questo concetto deve ancora prendere piede. Se l’azienda è piccola, ci sono le complicazioni che abbiamo visto. Se l’azienda è grande, la resistenza è connessa al non voler cedere alla controparte (rappresentata dalla classe lavoratrice) una maggior voce in capitolo sull’organizzazione del lavoro. E la resistenza a costituire i Comitati per l’applicazione del protocollo va letta come il voler evitare un riconoscimento formale di un ruolo e quindi, potenzialmente, cessione di potere. In questo senso potremmo dare alla domanda una risposta duplice. In senso teorico il protocollo ha il merito di innovare i concetti che stanno alla base delle politiche per la salute e la sicurezza sul lavoro. Dal punto di vista pratico, perché questi provvedimenti possano essere caratterizzati da efficienza ed essere quindi efficaci, occorre ancora lavorarci sopra. E purtroppo credo, che il non allentamento della morsa della pandemia ci darà motivo per mantenere vivo il dibattito.