Navi quarantena, esposto alla Corte dei Conti: “Milioni buttati per un servizio inefficiente e di dubbia legittimità”

Giornalista, già responsabile delle edizioni regionali e vice capo redattore della cronaca di Roma de Il Messaggero, ha approfondito i problemi dell’immigrazione.
22 aprile 2021
Bilal è morto il 20 maggio del 2020 cercando di fuggire da una nave quarantena, la Moby Zaza, ancorata nella baia di Porto Empedocle. Aveva solo 22 anni e veniva da Sfax: uno delle migliaia di tunisini costretti a scappare perché “a casa” non c’è prospettiva di futuro e la politica, anziché fornire risposte, si mostra sempre più repressiva nei confronti dei tanti, giovani e meno giovani, che manifestano tutto il malessere e la delusione per le promesse mancate della “rivoluzione dei gelsomini” di dieci anni fa. Si era imbarcato la sera del 15. In famiglia aveva detto di non aspettarlo per quella notte, perché sarebbe stato in mare. Nulla di strano: per tirare avanti alla meno peggio faceva il pescatore e i suoi hanno pensato, appunto, che fosse una nottata di pesca, non certo di viaggio verso Lampedusa. Poche ore dopo lo sbarco, è finito sulla Moby. “Era in una situazione di forte stress”, hanno raccontato i compagni. Più che una nave quarantena, la Moby deve essergli sembrata una prigione: la premessa di un rimpatrio forzato. E a quanto pare, allora, ha cercato di evadere. La costa la vedeva vicina. Quasi la “terra promessa”. Così sarebbe saltato giù, contando evidentemente di raggiungerla a nuoto. Ma l’impatto con l’acqua, dopo un volo di oltre 15 metri lungo la fiancata della nave, gli è stato fatale: il suo corpo privo di vita è stato recuperato poche ore più tardi. Dopo 10 mesi, l’inchiesta su questa morte assurda non si è ancora conclusa. L’avvocato Leonardo Marino, nominato dai genitori del ragazzo, dice comunque che è ormai questione di poco. Non è una tragedia isolata. Altri giovani hanno tentato di fuggire dalle navi quarantena nelle settimane e nei mesi successivi. E ancora di più hanno dato vita a proteste arrivate anche ad atti di autolesionismo o, peggio, a tentativi di suicidio. Non per sottrarsi alla quarantena precauzionale. Questa la capiscono benissimo, visti i tempi di pandemia. Quello che contestano è il modo: quel lungo permanere segregati in mezzo al mare che sembra la premessa di una deportazione, senza che nessuno sia disposto ad ascoltare e a cercare di capire.

Bastano da sole la storia di Bilal e l’eco di queste proteste per dimostrare il crudele fallimento delle navi quarantena. Un fallimento umano e civile denunciato con forza, nel dicembre scorso, da oltre 150 Ong e associazioni italiane ed europee con un appello al Governo a porre fine quanto prima possibile a questo sistema. Il tipo di “sorveglianza sanitaria” attuato – è la denuncia – non solo si è rivelato palesemente discriminatorio, per il fatto stesso di essere riservato solo a cittadini stranieri, ma viene attuato “senza alcuna trasparenza e informazione”, creando così, tra le persone a bordo, una percezione di segregazione totale, oltre a comportare una palese limitazione della libertà, senza alcuna possibilità di contattare avvocati e medici di fiducia e addirittura senza alcun tipo di informativa legale. In una parola, “prigionieri” privati dei diritti e della dignità della persona.
Ma c’è un altro aspetto: per mettere in piedi e gestire questo programma, si stanno spendendo cifre certamente molto superiori a quelle necessarie per organizzare un sistema dignitoso ed efficiente di quarantena in strutture “a terra”. Anche questo problema emerge nel testo dell’appello inviato dalle 150 Ong al Governo. Ora il Comitato Nuovi Desaparecidos ha approfondito la questione, sollecitando l’intervento della Corte dei Conti per quello che ritiene un vero e proprio enorme spreco di denaro pubblico, da parte del governo italiano, per aver scartato soluzioni più economiche, razionali ed efficaci e aver scelto, invece, un tipo di “servizio” che pone enormi interrogativi di legittimità, oltre che di efficienza.

Il ricorso, presentato dall’avvocato Mario Angelelli, risale a circa un mese fa. La premessa è la palese violazione dei diritti e delle libertà dei migranti finiti nel sistema: praticamente tutti quelli che sbarcano, ma anche numerosi altri presenti già da tempo, a volte anni, in Italia, prelevati nei centri accoglienza che li ospitavano e deportati sulle navi. Gli argomenti alla base di questo aspetto della “denuncia” sono analoghi a quelli contenuti nel documento delle Ong. Ma, “oltre all’essenziale profilo in ordine alla tutela dei diritti fondamentali della persona”, il Comitato solleva in maniera specifica il fattore economico, chiamando in causa i Ministeri dell’Interno e delle Infrastrutture per i contratti di noleggio delle navi che – in attuazione del decreto del capo della Protezione Civile e seguendo procedure accelerate – sono stati firmati con compagnie di navigazione private. Si è cominciato con la Rubattino, impiegata a partire dal 7 maggio 2020 e da allora, sempre in base alle procedure semplificate consentite dalle deroghe concesse alla Protezione Civile, si è arrivati a una vera “flotta”, con altre cinque navi (Adriatico, Allegra, Azzurra, Rhapsody, Suprema), ormeggiate in rada, a rotazione, a Lampedusa, Porto Empedocle, Palermo, Augusta, Trapani, Messina e Bari. Con costi enormi. Secondo il bando pubblicato il 28 agosto 2020, 4 milioni di euro “per due unità navali e per coprire la permanenza a bordo di ciascuna nave di 460 persone, delle quali massimo 400 migranti, per un periodo di 40 giorni”. O ancora, secondo l’avviso del 26 luglio 2020, 4 milioni 800 mila euro “per la permanenza a bordo di minimo 285 e massimo 460 persone, delle quali un numero da 250 a 400 migranti per circa 92 giorni di attività inizialmente previsti, di cui euro 3.312.000 oltre Iva da corrispondere a corpo”.

Milioni e milioni, dunque. E il conto non è ancora completo. Il ricorso delComitato Nuovi Desaparecidos lo segnala chiaramente alla Corte: “Non è possibile calcolare il costo complessivo dell’operazione navi quarantena, non tanto e non solo in termini economici diretti, quanto anche in termini di oneri per la sicurezza e di ulteriori oneri di assistenza sanitaria derivanti dalla necessità di operare in mare anziché a terra, né vi è trasparenza di informazioni rispetto ai costi effettivi e complessivi”. L’unica cosa certa è che un servizio di quarantena a terra, oltre che creare migliori condizioni per il rispetto dei diritti degli “ospiti”, comporta spese molto inferiori. “Alla luce degli avvisi e del disciplinare tecnico – si legge nel ricorso – si può determinare che questo ‘modello’ di gestione in mare della quarantena preventiva costa alla collettività almeno quattro volte di più rispetto alle punte più alte toccate dai bandi per l’accoglienza (a terra) delle persone migranti. Accogliere 400 persone per 92 giorni (periodo di durata dell’avviso) non può, a terra, avere un costo superiore a circa 1,4 milioni di euro. Il costo delle strutture a terra, infatti, in base ad avvisi del Ministero dell’Interno, è di 30-40 euro al giorno per migrante, costo desunto da bandi pubblicati da diverse prefetture: se si moltiplica il massimale previsto per le strutture a terra, 40 euro, per il numero massimo consentito di persone migranti e persone del team di assistenza su una nave (460) si ottiene la somma di 18.400 euro giornalieri, il che per 92 giorni di affitto porta a 1.692.800 euro. Ovvero, ad una cifra di gran lunga inferiore ai 3.312.000 del corrispettivo ‘a corpo’ dovuto come costo fisso per la sola nave, un milione di euro al mese. Lo stesso servizio in mare, considerando il massimale previsto di 400 persone migranti e i costi per le misure di assistenza e sorveglianza sanitaria, arriva a circa 150-200 euro pro die per ciascun ospite. Nel caso della nave Rubattino tale determinazione di costo (a quanto ricostruito dalla stampa) ha come riferimento soltanto l’assistenza e la sorveglianza sanitaria”.

Va da sé che le risorse che si stanno spendendo, se “trasferite a terra”, non solo garantirebbero un’accoglienza di quarantena provvisoria migliore a minori costi, ma consentirebbero di organizzare una rete di strutture permanenti sul territorio “che resterebbero a disposizione dello Stato”, così da essere immediatamente utilizzabili anche in caso di future emergenze. Sarebbe cioè un investimento e non una spesa “a perdere”. Né ha senso invocare, a giustificazione della “scelta delle navi”, la necessità di “fare in fretta” a fronte del flusso di arrivi. “La gran parte del flusso verso l’Europa – rileva il Comitato Nuovi Desaparecidos – nel 2020 si è diretta verso la Spagna (circa 41 mila arrivi) e in particolare l’arcipelago delle Canarie (oltre 22 mila sbarchi), ma qui l’ipotesi delle navi è stata subito scartata: si è invece fatto ricorso a strutture alberghiere vuote prese in affitto o a strutture militari”. Anche in Italia si sarebbe potuta percorrere questa strada. “Tra le proprietà demaniali che nel 2019 sono state messe in vendita tramite asta online – sottolinea il Comitato – oltre ad esserci diversi immobili ad uso residenziale, edifici storici, uffici e magazzini, terreni e locali commerciali, di particolare utilità avrebbero potuto e potrebbero tuttora essere le ex caserme, da riconvertite ad uso residenziale. Senza contare la possibilità di acquistare strutture alberghiere già messe in vendita dai proprietari”.

A giudizio del Comitato, in definitiva, si è privilegiata – non si sa perché – una scelta che comporta almeno tre gravi problemi: non rispetta i diritti e le libertà dei migranti; è largamente svantaggiosa dal punto di vista economico e, per di più, risulta molto meno efficiente di un “progetto a terra” perché le navi impiegate, in genere dei ferry, sono unità concepite e utilizzate per rotte e permanenze a bordo brevi e, dunque, con caratteristiche strutturali (spazi comuni, servizi, cabine, corridoi di passaggio, ecc.) tali da non garantire l’isolamento degli ospiti a bordo. Proprio come hanno rilevato fin dall’inizio alcuni degli infettivologi italiani più prestigiosi, mettendo in guardia – come il professor Massimo Galli – contro il rischio di creare focolai invece di evitarli.

Nonostante tutte le contestazioni, riassunte anche in una ferma presa di posizione dell’Asgi (Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione), il Governo è andato avanti senza recedere di un passo. Secondo quanto previsto dall’avviso per l’aggiornamento dell’elenco delle unità “ingaggiate”, le navi quarantena resteranno in funzione sino alla fine dello stato d’emergenza, per ora prorogato al 30 aprile ma, visto l’andamento della pandemia, destinato prevedibilmente ad altre proroghe, tanto più che, come si legge nell’ultimo bando, “potranno essere utilizzate anche per persone giunte sul territorio attraverso le frontiere terrestri”: vale a dire il confine italiano orientale, terminale della rotta balcanica. Detto in una parola, nessuno nel Governo – né prima con Giuseppe Conte, né ora con Mario Draghi – sembra voler chiudere il capitolo delle navi quarantena. Anche se costano fino al quadruplo rispetto a più adeguate strutture a terra. E allora si rafforza il dubbio – come scrive Gaetano De Monte, in un servizio per il quotidiano Domani – che dietro la sospensione dei diritti degli stranieri ci sia una regia politica. “Ma se è davvero questo il punto – afferma Arturo Salerni, presidente del Comitato Nuovi Desaparecidos – forse proprio la Corte dei Conti, rilevando ingenti spese immotivate, potrà farlo emergere”.