Oltre 3 mila migranti morti dall’inizio dell’anno. Ma l’Europa continua la politica dei muri

Giornalista, già responsabile delle edizioni regionali e vice capo redattore della cronaca di Roma de Il Messaggero, ha approfondito i problemi dell’immigrazione.
17 novembre 2021

Sono morti almeno in trenta – di sete, di stenti, di freddo – su una barca rimasta alla deriva nell’Atlantico per oltre un mese e mezzo. Un’agonia terribile. Non se ne sarebbe saputo nulla se, a fine ottobre, il relitto di quella barca non fosse stato trascinato dalla corrente su una spiaggia di Sau Nicolau, una delle isole di Capo Verde, a migliaia di chilometri dalla costa del Sahara Occidentale da cui era partito, puntando verso le Canarie. A bordo c’erano gli ultimi tre cadaveri. Ed è stato proprio grazie ai documenti d’identità trovati su quei miseri resti che si è riusciti a ricostruire questa tragedia, emblematica di una strage che non accenna a finire.

Dall’inizio dell’anno sono morti oltre tremila profughi/migranti in fuga verso l’Europa. Secondo il dossier del Comitato Nuovi Desaparecidos, 3.017 sino al 15 novembre: 2.868 inghiottiti dal Mediterraneo o dall’Atlantico, 149 lungo le “vie di terra”, nei paesi di transito in Africa, nel Medio Oriente ma anche nella stessa Europa. Una media di circa 300 al mese. Quasi 10 al giorno. Con questo ritmo terribile, a fine dicembre si rischia di arrivare intorno alle 3.500 vittime.


Il 2021 si sta rivelando tra gli anni più neri per i disperati in cerca di aiuto e salvezza dal Sud del mondo. Sono tornate, anzi, sono state superate le “cifre di morte” che si sperava fossero ormai consegnate a un passato da non ripetere mai più. Solo nel triennio 2015-2017 si sono registrati “numeri” altrettanto gravi. L’anno “orribile” in assoluto resta il 2016, con 5.822 tra morti e dispersi a fronte di 392.791 sbarchi: una vittima ogni 67/68 migranti arrivati. Segue il 2015, il cosiddetto “anno dell’invasione” che, a fronte di 1.039.000 arrivi, ha fatto registrare 3.882 vittime: una ogni 256. Poi il 2017, con 3.498 morti su un totale di 187.792 sbarcati: uno ogni 67/68. Nessuno di questi tre anni – ai quali ha fatto seguito un periodo in cui il numero delle vittime si è attestato intorno a 2.500 ogni dodici mesi – denuncia tuttavia un tasso di mortalità pari a quello del 2021 che, sempre al 15 novembre, risulta di 1 ogni 45. E la stima è molto per difetto. Nel conto totale delle vittime (3.017), potrebbero entrarne altre 793: donne e uomini, in maggioranza subsahariani, che erano in 18 barche di cui si sono perse le tracce nell’Atlantico. Sicuramente questi quasi 800 disperati alle Canarie non ci sono mai arrivati, ma non si è avuta la conferma definitiva che siano morti in una serie di “naufragi fantasma”. Nel dubbio che possano essere stati soccorsi dalla Marina imperiale marocchina (che evita sistematicamente di fornire notizie) o che siano riusciti in qualche modo a rientrare sulla costa africana, senza comunicarlo alle Ong a cui avevano chiesto aiuto, nel dossier del Comitato, in attesa di notizie più precise, non sono stati calcolati, anche se le speranze di ritrovarli ancora in vita si assottigliano giorno per giorno.

Va da sé che, aggiungendo questi 793 “desaparecidos” (come peraltro hanno già fatto alcune Ong spagnole), il bilancio di morte del 2021 diventerebbe spaventoso. La via di fuga più letale è quella per la Spagna (nell’Atlantico verso le Canarie e nel Mediterraneo Occidentale verso le Baleari e la Penisola Iberica), con 1.639 vite perdute, una ogni 26 migranti arrivati. Segue la rotta del Mediterraneo centrale, verso l’Italia e Malta: 1.201 vittime, con un tasso di mortalità di una ogni 49/50 sbarchi. Nell’Egeo e nel Mediterraneo orientale, infine, i morti o dispersi risultano 28 su 6.418 arrivi in Grecia o a Cipro (uno ogni 231). All’Egeo, però, spetta il triste primato della cosiddetta “dissuasione attiva”, un eufemismo per mascherare respingimenti violenti, attuati direttamente dalla Guardia Costiera e dalla polizia greca o comunque da uomini in divisa militare i quali, secondo un numero crescente di testimonianze, arriverebbero talvolta anche a sequestrare in mare il motore fuoribordo delle barche dei migranti, per lasciarle poi alla deriva, oppure a costringere addirittura gruppi di profughi già sbarcati nelle isole egee a stiparsi su zattere di salvataggio (in grado di galleggiare ma non di navigare), poi rimorchiate dalle motovedette al largo e abbandonate nelle acque turche.

Ecco, l’altro elemento esploso quest’anno, oltre al numero di morti e dispersi, sono i respingimenti di massa effettuati dalle forze di sicurezza nazionali di diversi Stati Ue e dall’apparato dell’agenzia europea Frontex oppure, più spesso, dati in appalto alla polizia di vari paesi africani e mediorientali sulla base di costosi accordi stipulati, a suon di miliardi di euro, dall’Unione Europea o da singoli governi Ue, a partire dall’inizio del secolo: il Processo di Rabat (2006), ad esempio, o ancora, via via nel tempo, il Processo di Khartoum (2014), i trattati di Malta (2015), il patto con la Turchia (firmato nel 2016 sulla base di 6 miliardi e rinnovato di recente), il memorandum Italia-Libia (2017) e tutti i successivi adattamenti e aggiustamenti. Accordi che hanno innalzato come una invisibile barriera nel Mediterraneo ed esternalizzato di fatto i confini della Fortezza Europa, spostandoli sempre più a sud e affidandone la custodia agli “Stati gendarme” che hanno aderito.

Quanto sia sempre più invalicabile questa “barriera invisibile” lo testimoniano le cifre. A fronte di 135.773 migranti arrivati in tutta Europa al 15 novembre (tra vie di mare e di terra), ne risultano bloccati, respinti e spesso tratti in arresto (sempre tra vie di mare e di terra) 136.437. Quasi mille in più. Il primato in assoluto va alla Turchia, con 49.850. Seguono nell’ordine il Marocco (42.188), la Libia (37.957), la Tunisia (4.108), l’Algeria (2.174). Inoltre, secondo notizie ufficiose, qualche decina tra Senegal, Mauritania e Sudan. Nel conto alcuni governi includono anche fermi e arresti di migranti che, arrivati nel territorio nazionale, non riuscendo a proseguire verso l’Europa, erano diventati semi-stanziali, trovandosi un lavoro precario per sopravvivere in attesa dell’occasione per proseguire. E’ il caso, in particolare, della Turchia e del Marocco. Se si fa questa “tara”, è quella libica la polizia che quest’anno, lungo le vie di fuga, ha fermato e respinto più migranti, destinandoli poi, spesso, a quei centri di detenzione lager dove – come denunciano da anni tutte le più prestigiose Ong e organismi internazionali quali l’Oim, l’Unhcr e la Croce Rossa – soprusi, ricatti e violenze di ogni genere sono pratica quotidiana. In dettaglio, 29.427 sono stati bloccati in mare dalle motovedette fornite dall’Italia alla Guardia Costiera libica; 8.177 “a terra” (nell’imminenza dell’imbarco, negli “hub” dove erano nascosti in attesa di poter partire, in prossimità del confine meridionale con il Sudan e il Niger, lungo le strade che dal sud portano alla costa mediterranea, a Tripoli e in altre grandi città); 353, infine, catturati sulle spiagge dove sono stati costretti a rientrare da guasti o altri problemi ai natanti su cui erano partiti.

Se ai 37.957 profughi/migranti sequestrati dalla Libia si aggiungono i 4.108 fermati dalla Tunisia, appare evidente come, con un totale di 42.065 blocchi lungo le “vie di fuga”, la rotta del Mediterraneo centrale sia la più presidiata e difficile da superare. E’ un dato su cui riflettere. In questi giorni l’attenzione è concentrata su quanto sta accadendo al confine tra la Polonia e la Bielorussia, dove sono bloccati – secondo gli ultimi dati – circa 4/5 mila profughi che cercano disperatamente aiuto in Europa. Anzi, di fatto è quasi l’unica notizia sull’emigrazione trattata dai media. Per certi versi questa attenzione particolare è comprensibile, per almeno due motivi: il ricatto imputato al premier bielorusso Lukashenko, a cui si contesta di usare quei disperati come arma di pressione sull’Europa; e poi le terribili condizioni in cui sono costrette quelle migliaia di persone, inclusi numerosi bambini, nella terra di nessuno tra le due frontiere, al freddo, senza riparo, senza cibo, addirittura senz’acqua: non a caso, da settembre a oggi, ci sono stati almeno 10 morti, tutti di ipotermia e sfinimento.

A ben vedere, tuttavia, non è una situazione inedita. Tutt’altro. Lukashenko è solo l’ultimo ad usare i profughi come “arma”. Lo ha già fatto a suo tempo Gheddafi, pronto ad aprire o chiudere i flussi di migranti dalla Libia a seconda delle circostanze e delle richieste che poneva. Lo ha fatto e continua a minacciare di farlo di nuovo il presidente turco Erdogan in quella sorta di “grande gioco” politico ed economico, sulla pelle dei migranti, che sta conducendo da anni con l’Europa. Ma il punto, forse, non sono in sé i Lukashenko, i Gheddafi e gli Erdogan. Il punto vero è che paradossalmente a consegnare nelle mani di personaggi di questo genere “l’arma dei profughi” è stata ed è tuttora l’Europa stessa, la quale finora ha affrontato la questione dell’emigrazione come un problema politico emergenziale e soprattutto di sicurezza, sia interna che ai confini. Infatti, si continua a parlare di “invasione”, come se ci fosse alle porte un esercito aggressore e non uno stuolo di donne e uomini in cerca di aiuto e di una vita migliore. L’Europa ha i mezzi per accogliere questi disperati e gestirne i flussi. Anzi, molti paesi in calo demografico e con un forte tasso di invecchiamento (come l’Italia) ne hanno addirittura bisogno. Basterebbe cominciare a rendersi finalmente conto – come ha rilevato al confine polacco Maurice Stierl, della Ong Alarm Phone – che “queste persone non sono una sorta di pedine spostate su una scacchiera da Lukashenko o altri leader autoritari, ma sono invece individui che hanno molte, infinite ragioni per volersi spostare”.

Eccolo il focus del problema. Sono anni che la politica europea (e in particolare italiana) sull’emigrazione non pone al centro, come sarebbe lecito attendersi, i migranti – le loro storie, i loro problemi, i loro sogni e i motivi che li hanno costretti a lasciare la propria terra – ma si focalizza su come fermarli e non farli arrivare, questi migranti. Ad ogni costo. A cominciare dall’appalto miliardario di blocchi, muri e respingimenti, prescindendo dalla sorte riservata a chi resta al di là di queste barriere. Ed è contro queste barriere, appunto, che si è spezzata la vita di oltre tremila persone quest’anno e di quasi 24 mila dal 2015 ad oggi. Eppure di questo non si parla. Ci si ferma al “ricatto” di Lukashenko, ovviamente esecrabile, e alla situazione sicuramente dolorosa e scioccante che si è creata al confine polacco. Senza andare oltre. Senza riflettere e segnalare che come ci sono 5 mila disperati nella terra di nessuno tra Bielorussia e Polonia, ce ne sono anche decine di migliaia intrappolati allo stesso modo in Africa, in Turchia, nel Kurdistan, in Siria… Senza andare a fondo, cioè, su quanto sta accadendo sistematicamente, dall’inizio del secolo, a milioni di profughi/migranti. Forse perché andare a fondo su questi temi significherebbe dover fare i conti con la politica condotta finora. E con gli errori e talvolta i crimini che ne sono seguiti.

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