Migranti, vale sempre il principio: “Fermarli a tutti i costi”. Non importa se muoiono. E cresce il razzismo

Giornalista, già responsabile delle edizioni regionali e vice capo redattore della cronaca di Roma de Il Messaggero, ha approfondito i problemi dell’immigrazione.
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27 luglio 2026

Venti vittime al giorno. In tutto, 3.565, di cui 114 lungo le “rotte di terra” e 3.451 inghiottiti dal mare, a fronte di 42.690 arrivi. E’ come se fosse scomparsa l’intera popolazione di tutti i paesi del distretto delle Cinque Terre in Liguria. O la metà degli abitanti di Castel Gandolfo, il “borgo del papa” ai Castelli Romani. E’devastante il bilancio dei migranti morti o dispersi tentando di raggiungere l’Europa nei primi sei mesi del 2026. Con un aumento di 1.449 vittime rispetto alle 2006 registrate nello stesso periodo del 2005 (più 72,2 per cento), è il più pesante in assoluto da quando, nel 2015, il Comitato Nuoti Desaparecidos ha iniziato ad analizzare la strage che si compie alle soglie dell’Europa. Lo dimostra, in particolare, il tasso di mortalità, costantemente, inesorabilmente in crescita di anno in anno, tanto da arrivare da una vittima ogni 256 migranti arrivati in Europa undici anni fa a una ogni 11,9 nei primi 181 giorni del 2026. Per di più, nell’indifferenza generale, come si trattasse solo di una fredda, fastidiosa statistica e non di vite umane spezzate.

La via di fuga più mortale si è confermata quella verso la Spagna, attraverso il Mediterraneo occidentale o l’Atlantico fino alle Canarie, con 2.081 vittime e il conseguente, spaventoso indice di mortalità di 1 ogni 5,3 arrivi. A determinare questo tragico primato è stata soprattutto la rotta atlantica, percorsa da grossi cayucosda pesca stracarichi – non di rado fino a 250 persone e oltre – costretti a partire da porti sempre più a sud, perfino dalla Guinea, con oltre duemila chilometri da percorrere, a causa della sorveglianza sempre più stretta in mare e lungo le coste meno lontane (Marocco, Mauritania, nord del Senegal) appaltata da Bruxelles alla polizia dei vari stati africani rivieraschi con gli accordi sulla esternalizzazione delle frontiere europee.

Segue la rotta del Mediterraneo centrale, quella che riguarda più direttamente l’Italia – 1.041 tra morti e dispersi, pari a uno ogni 13,9 dei 14.520 migranti sbarcati sulle coste italiane o a Malta – con partenze soprattutto dalla Libia e dalla Tunisia ma anche dall’Algeria orientale verso la Sardegna o dalla Turchia fino ai litorali calabresi. E’ la via di fuga dove circa 15 anni fa, battistrada l’Italia, è stato inaugurato il sistema delle “frontiere Ue esternalizzate”. E negli ultimi anni la scelta di affidare a paesi terzi come la Libia o la Tunisia il “lavoro sporco” di catturare in mare o a terra i disperati che cercano aiuto e salvezza in Europa, si è ulteriormente rafforzata, diventando una autentica caccia all’uomo, alla quale non sfuggono nemmeno i tanti che hanno in tasca i documenti di richiedente asilo in attesa di trasferimento rilasciati dall’Unhcr, il Commissariato Onu per i rifugiati: solo negli ultimi due mesi sono stati segnalati migliaia di profughi/migranti arrestati nelle principali città libiche o deportati nel deserto tunisino e poi spesso “spariti”, salvo “ricomparire”, alcuni, in un lager in Libia, dopo essere stati venduti dalla polizia tunisina ai miliziani libici. Magari al prezzo di un bidone di benzina.

Un’impennata rispetto al passato ha fatto registrare anche la rotta verso la Grecia, attraverso l’Egeo e il Mediterraneo orientale, con 329 vittime: una ogni 43 dei 14.175 migranti sbarcati in Grecia o a Cipro. Ha inciso su questa crescita (quasi il triplo dei 115 morti o dispersidello scorso anno a fine giugno) soprattutto il percorso dalla Cirenaica a Creta, che peraltro è tra i meno monitorati, tanto da far temere che la realtà sia molto più grave di quella che si è potuta ricostruire dalle scarse, scarsissime notizie che filtrano oltre il “silenzio” delle autorità libiche e greche.

Il mese di luglio ha confermato questo terribile trend in aumento con altre 559 vite spezzate: 556 in mare e 3 sulle vie di terra, portando il totale, fino al 26 luglio, a 4.124. Una media di 20 al giorno, appunto, come accade dal primo gennaio: capofila la rotta verso la Spagna con in totale 496 vittime, seguita da quella greca (55) e quella del Mediterraneo centrale (5). Senza contare altri barconi di cui si è persa traccia, con il timore, l’incubo, di nuovi “naufragi fantasma”, senza superstiti. Solo nelle ultime settimane ne risultano “spariti” cinque, 3 nel Mediterraneo occidentale sulla rotta tra l’Algeria e le Baleari, e 2 nell’Atlantico, verso le Canarie: per ungrosso cayuco, in particolare, salpato dal Gambia il primo luglio con 180 persone, non sembrano esserci ormai più speranze.

Tutto lascia pensare, dunque, che il 2026 risulterà l’anno più mortale di sempre, con un totale prevedibile di oltre 7 mila, forse 8 mila vite spezzate in aggiunta ai 43.316 morti o dispersi registrati tra il 2015 e il 2025. E basta un esame anche superficiale per accorgersi che il tasso di mortalità si è moltiplicato nel tempo in parallelo con le misure di chiusura e di respingimento, via via più rigorose e spietate, adottate contemporaneamente dalla politica italiana ed europea, inclusa la guerra contro le Ong volta a smantellare l’unico programma organizzato di recupero e soccorso rimasto, che ha strappato al mare migliaia di disperati ma è “colpevole” di testimoniare la verità scomoda di quali effetti diretti abbiano – con il loro carico di morte, in particolare nel Mediterraneo centrale ma sempre di più anche in Atlantico – gli accordi di esternalizzazione verso sud delle frontiere europee. Eppure il commissario Ue per la politica interna, Magnus Brunner, ha avuto modo di dichiarare che i nuovi e ancora più aspri “muri” innalzati dal patto europeo sull’immigrazione entrato in vigore in giugno servono a “salvare vite”. C’è da chiedersi se abbia mai dato almeno un’occhiata ai dati che testimoniano, al di là delle parole, quanto sta accadendo in realtà sulle vie di fuga verso l’Europa. Ma d’altra parte Brunner è lo stesso che, durante una visita ufficiale a Malta, ha sostenuto di essere ben cosciente della violazione dei diritti e della dignità umana che emerge dalle operazioni della polizia e della Guardia Costiera libiche, ma che “l’Europa non ha alternative” se vuole fermare i flussi migratori. Con buona pace del “salvare vite”.

Non c’è da stupirsi, tuttavia. Il terribile cinismo di Brunner non è isolato. Dallo stesso cinismo derivano i ringraziamenti e le “lodi” espresse a più riprese alla Libia dal governo italiano – dal ministro dell’interno Matteo Piantedosi, ad esempio, ma anche dalla premierGiorgia Meloni e prima ancora da altri “leader”, non ultimo, nel 2017, dall’allora ministro dell’interno Marco Minniti – per la collaborazione sulla “politica migratoria”. In sostanza, per il “lavoro sporco” svolto in mare. Lo stesso vale per la Tunisia, specie dopo l’accordo firmato nel 2023. Ringraziamenti non “formali”. Al contrario, “ringraziamenti” accompagnati da un concreto sostegno politico, economico e tecnico. A cominciare dalla cessione di decine di motovedette, da utilizzare per le catture e i respingimenti in mare delle barche dei migranti. Le ultime quattro alla Libia nel dicembre 2025, seguite, nel gennaio 2026, dal progetto di una centrale operativa a Bengasi gestita di fatto dall’Europa, sul modello di quella promessa a Tripoli nel 2017. Alla Tunisia, invece, le ultime 3 sono arrivate in questi giorni, a metà luglio, proprio mentre la Corte Africana per i Diritti dell’Uomo, con sede ad Arusha, in Tanzania, apriva un procedimento contro il governo di Tunisi per il trattamento inumano riservato da anni ai migranti e proprio mentre, nello stesso tempo, la Commissione Onu per i diritti umani rendeva noto l’ennesimo rapporto da cui emerge come migliaia di persone (migranti, rifugiati e richiedenti asilo subsahariani) siano state sottoposte nel paese a detenzione arbitraria, pestaggi, espulsioni collettive, abusi e traffico di esseri umani, specialmente lungo il confine libico-tunisino: violenze terribili di cui risultano vittime in particolare le donne e commessi da “uomini in uniforme”, verosimilmente appartenenti ai reparti delle forze di sicurezza.

Sono innumerevoli, del resto, i casi che dimostrano come questo cinismo e, si può aggiungere, un’ipocrisia senza pari, siano diffusi in tutta l’Unione Europea e – con pochissime eccezioni – in tutti gli Stati che la compongono. L’esempio recente più clamoroso appare senza dubbio la decisione di accogliere una delegazione dei Talebani per discutere di rimpatri di profughi in Afghanistan, migrazione e cooperazione consolare. L’incontro si è svolto il 23 giugno a Bruxelles, dove è stata ricevuta una delegazione guidata dal portavoce del ministero degli esteri di Kabul. Secondo la Commissione europea l’obiettivo era discutere il rimpatrio di “cittadini afghani” privi, per un qualsiasi motivo, del permesso di soggiorno nella Ue. E già qui c’è quanto meno una contraddizione perché il diritto internazionale vieta di rimpatriare a qualsiasi titolo persone in paesi dove è a rischio la loro incolumità e dignità e la loro stessa vita. Ma, per di più, i Talebani, nella loro versione dell’incontro, parlano di ripristino dei servizi consolari, misure di fiducia reciproca e nuove forme di collaborazione. E qui emerge l’ipocrisia più cruda ed evidente. Bruxelles ha sempre sostenuto che una eventuale normalizzazione con il regime di Kabul sarebbe stata subordinata quanto meno al rispetto dei diritti umani e alla tutela delle donne ma dall’agosto 2021, quando hanno ripreso il potere, i Talebani hanno rapidamente cancellato i diritti delle donne, instaurando un sistema che la stessa Unione Europea ha definito un “apartheid di genere”. Non a caso la Commissione Ue per l’asilo e l’accoglienza nel 2022 ha votato ad amplissima maggioranza una risoluzione che raccomanda di accogliere automaticamente tutte le afghane che bussano alle porte dell’Europa perché in Afghanistan le donne “vivono una condizione quotidiana di tortura”. Come si spiega, allora, questo “canale di confronto” con Kabul? E’ molto difficile trovare una risposta sensata. Così come è molto difficile capire come possano le donne afghane chiedere aiuto in Europa se, prima che possano raggiungerne i confini, vengono respinte a priori, indiscriminatamente, lungo le rotte del Mediterraneo, lungo le vie di terra o alle soglie delle barriere di cemento e acciaio erette alle frontiere Ue orientali: in Grecia, in Bulgaria, in Romania, in Polonia, negli Stati Baltici, in Finlandia…

Il punto è che i profughi/migranti – tutti i profughi/migranti, specie se provenienti dal Sud del mondo – sono stati disumanizzati, riesumando una mentalità coloniale probabilmente mai davvero morta e abbandonata. Basti ricordare le liste dei cosiddetti “paesi sicuri”. Liste che di per sé violano il diritto internazionale perché, per l’eventuale asilo/accoglienza, stabiliscono “categorie” a priori, senza esaminare le singole situazioni caso per caso: algoritmi o statistiche anziché analisi delle “storie umane”.

E’ un processo che parte da lontano, sostenuto nei fatti da tutte le forze politiche, a cominciare da gran parte della sinistra la quale, anziché proporre una propria lettura e una propria linea sulla politica migratoria, basata sul rispetto assoluto dei diritti umani e della stessa Costituzione italiana, ha inseguito le forze di destra sul loro terreno, promuovendo a sua volta scelte di chiusura e respingimento sempre più marcate e dalle quali è sempre più arduo tornare indietro. Quasi tutti gli accordi di esternalizzazione delle frontiere, ad esempio, sono stati sostenuti e firmati da governi ed esponenti di sinistra: il Processo di Rabat, fortemente voluto dalla Spagna, è stato firmato dalla Ue nel 2006 quando a Madrid c’era il governo Zapatero; il Processo di Khartoum è stato costruito essenzialmente dall’Italia con il viceministro degli esteri Lapo Pistelli, e firmato a Roma nel novembre 2014 con il governo Renzi e con l’Italia presidente Ue di turno; sempre con il governo Renzi nel novembre 2015 il vertice di Malta, seguito dall’accordo con la Turchia nel marzo 2016; il memorandum Italia-Libia nel febbraio 2017 con il governo Gentiloni sotto lo spinta, in particolare, del ministro Minniti. Il resto è venuto dopo, su questa scia, fino all’accordo in pompa magna con la Tunisia nel 2023 ed ora il nuovo “patto” europeo. Non c’è da stupirsi, allora, se passo dopo passo ora si parla di “remigrazione”, per scacciare di fatto, con ogni pretesto, anche i profughi/migranti arrivati in Europa. E se, facendo emergere una vena di razzismo che sembrava sepolta per sempre, la questione migratoria viene affrontata con una mentalità coloniale sempre più evidente, introducendo una crescente discriminazione nei confronti delle persone provenienti dal Sud del mondo rispetto ai migranti “bianchi”, in nome di una pretesa “superiorità culturale” europea su tutte le “culture altre”.

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