Sempre più barriere per bloccare profughi e migranti. Anche quelli in fuga dagli orrori del Tigrai

PhD in sociologia conseguito presso l’Università degli Studi di Roma Tre e arabista, è docente a contratto di sociologia delle migrazioni islamiche in Europa.
13 maggio 2021

In cosa consiste il suo lavoro in questo momento in Mozambico?

Da circa 3 anni sono direttore paese di una ONG che si occupa di disabilità; una nuova sfida da un punto di vista tecnico e anche un nuovo stimolo per la mia carriera; i progetti implementati hanno come obiettivo l'assistenza alle persone vulnerabili sia per i bisogni di prima necessità, quindi con attività d'urgenza, sia sul medio-lungo periodo nell'ambito di progetti di sviluppo.

Quali sono stati i problemi che ha dovuto fronteggiare da quando vive in questo paese?

Alcuni di natura personale che ormai posso definire abituali dopo circa 9 anni di Africa: conoscenza del contesto, adattamento personale e in questo Paese anche una nuova lingua, il portoghese. Da un punto di vista di contesto lavorativo, il Mozambico si presenta come un Paese ad alto potenziale ma con problemi cronici. Da non dimenticare che si tratta di uno dei Paesi più vulnerabili dal punto di vista degli effetti del cambiamento climatico, già colpito dagli effetti del Nino tra il 2015- e il 2017, e da uno dei cicloni più intensi della storia del continente, IDAI 2019.

Il conflitto Cabo Delgado ha esacerbato una situazione di instabilità già grave e definito la rottura tra il governo locale e gli Shabab. Questi ultimi hanno ucciso oltre 2.500 persone e fatto fuggire più di 700mila individui. Si tratta di una catastrofe. Come intervenire? Cosa fare e cosa deve fare la comunità internazionale a riguardo?

Il Mozambico resta, in questo momento, una crisi dimenticata rispetto ad altri conflitti che hanno più rilevanza e importanza strategica per i governi occidentali (Ucraina, Libia, Siria...). Questa de-priorizzazione ha conseguenze anche sui fondi disponibili per gli aiuti umanitari, che non sono ancora sufficienti. Ovviamente l'impatto del covid-19 sulle agende di tutti i tradizionali donatori. La speranza è che per fine 2021 e inizio 2022 ci sia più spazio nelle agende politiche per una soluzione duratura per la crisi di Cabo Delgado; ci sono diverse soluzioni al vaglio del Mozambico da un punto di vista militare, ma un intervento sociale è anche fondamentale per assistere la popolazione sul breve e lungo termine.

Come vede dal Mozambico l'emigrazione di migliaia di persone e come giudica il relativo dibattito in Italia e nell'Unione europea?

Il Mozambico non sembra essere uno dei paesi dal quale i flussi migratori verso l'Europa hanno un impatto così grande; storicamente la popolazione mozambicana ha molto più interesse a migrare verso paesi vicini, in particolare il sud Africa, ma anche in Malawi e Zimbabwe. Per diversi Paesi è anche una meta di arrivo (Tanzania, Malawi, Congo).

In generale la questione dell'immigrazione clandestina (da non confondere con l'emigrazione generica) ha un impatto importante sulla politica e la visione di questo fenomeno: ovviamente senza una soluzione politica la situazione non cambierà, ed è ovvio che il Paese chiave per qualsiasi cambiamento sia la Libia. A livello di Unione Europea mi sembra ci sia sempre un immobilismo cronico, ma non solo su questa questione, e soprattutto prevalgono gli egoismi nazionali perché qualsiasi azione politica di accoglienza/rifiuto equivale a degli effetti elettorali.

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