Dal quotidiano "Domani": I veleni negli orti e i braccianti ammalati di tumore

PhD in sociologia, presidente della coop. In Migrazione e di Tempi Moderni a.p.s.. Si occupa di studi e ricerche sui servizi sociali, sulle migrazioni e sulla criminalità organizzata.
21 agosto 2021

Il 13 settembre del 2019 su Il Venerdì di Repubblica viene pubblicata un'inchiesta sull'uso di veleni e fitofarmaci spesso cancerogeni nelle campagne pontine, allo scopo di accelerare le varie fasi di crescita dell'ortofrutta locale. La firma, tra gli altri, Angelo Mastrandrea, mentre le foto sono di Andrea Sabbatini. L'inchiesta denuncia l'utilizzo di fitofarmaci e veleni vietati in Italia da molti anni perché cancerogeni, dunque particolarmente pericolosi per chi li usa, respira e consuma quei prodotti coltivati con metodi così scorretti. Lo scandalo è immediato tanto che dopo poche settimane, con un importante approfondimento, se ne occuperà anche il rotocalco Tv7 del Tg1 con un servizio a firma di Rosita Rosa. Alcuni imprenditori locali e rappresentanti datoriali scattano dalle sedie per affermare, ancora una volta, che tutto è inventato o che non si devono pubblicare contenuti e servizi di quel tipo perché si procurerebbe un danno all'impresa locale e al territorio. Altri iniziano anche una campagna stampa sui social e mediante convegni, contro gli autori dell'inchiesta. Insomma inquinare, intossicare e avvelenare, per alcuni si può, analizzare, denunciare e provare a sollevare il problema per sollecitare una risposta propositiva e risolutiva invece no.

Come spesso capita la realtà dei fatti si è dimostrata però più dura di qualunque tentativo di negare il fenomeno o di ricondurlo all'interno del paradigma dell'eccezionalità e del silenzio. Anche perché gli autori dell'operazione negazionista non sanno che a riconoscere questo problema non sono solo gli autori dell'inchiesta e i lavoratori, peraltro italiani, intervistati. Anche lo studio legale delle multinazionali produttrici dei fitofarmaci e veleni incriminati ha formalmente dichiarano di averlo da tempo riscontrato e denunciato a varie Procure, compresa quella di Latina. Non sanno anche che gli autori posseggono quei veleni e fitofarmaci, che li hanno fatti controllare e che dispongono di testimonianze dirette che hanno iniziato a collaborare con le forze dell'ordine. E non sanno che partono, in contemporanea, interrogazioni parlamentari e regionali nonché un'attività investigativa volta ad accertare l'entità e la dimensione di questa attività criminale. Ma andiamo con calma.

A sollevare la questione sono alcune anomalie, ossia un crescente numero di braccianti indiani ammalati di tumore. Ad ogni incontro presso i templi indiani pontini, in cui si discuteva di contrasto allo sfruttamento e alle agromafie, cresceva il numero di persone che affermava di avere un tumore. A volte questi lavoratori scoprono questa terribile patologia troppo tardi e non resta loro che tornare nelle loro famiglie in India per trascorrere gli ultimi mesi della loro vita nel conforto dei loro cari. Ciò peraltro fa sfuggire alle statistiche nazionali il numero reale di migranti arrivati per lavorare e costruirsi un futuro migliore e invece tornati in patria per morire sul letto che li ha visti nascere. La moglie di uno di questi lavoratori indiani, raggiunta in India al telefono, racconta il suo dolore. “Mio marito era andato in Italia per garantirci un futuro migliore. Con le sue rimesse stavamo costruendo casa. Ma è morto e sappiamo solo che tutto questo è stato dovuto ad un tumore. Ha lavorato in Francia, poi in Italia e in particolare vicino a Cremona, poi negli Emirati Arabi e infine è tornato in Italia per lavorare come bracciante in provincia di Latina. Ha lavorato in varie aziende agricole per circa 5 anni. Ma è tornato non per unirsi a noi ma per salutarci per l'ultima volta. Quel tumore lo ha consumato davanti ai nostri occhi”.

Un bracciante italiano che chiameremo Benedetto da anni lavora come stagionale in varie aziende agricole soprattutto nel Nord della provincia pontina. Conosce per esperienza diretta ciò che accade in alcune aziende e cooperative agricole. Ha deciso di parlare perché afferma di non poter più sopportare ciò che per anni ha vissuto, ossia la prepotenza di alcuni datori di lavoro che impiegano braccianti, italiani e indiani, anche con turni notturni. Ha inoltre paura di sviluppare un tumore dopo che più volte è stato investito da quei prodotti chimici che fanno ricchi i padroni e mandano invece sotto terra i lavoratori e le lavoratrici. Ovviamente non vale per tutte le aziende. Esistono padroni che sfruttano, avvelenano e inquinano, e altri invece che rispettano la legge, hanno a cuore i diritti e il futuro dei lavoratori, italiani e immigrati, e cercano di rispettare l'ambiente. “Quei veleni - afferma - ci ammazzano tutti. Io non mangio gli ortaggi che coltivo perché so come vengono coltivati. In una azienda alla quale il datore di lavoro per il quale lavoro porta i nostri prodotti, sono più i camion che vengono rispediti indietro quando cercano di entrare ad esempio in Germania che quelli che entrano. Questo perché lì fanno i controlli che puntualmente molti carichi di ortaggi non superano. E per questo li rispediscono da noi”. Benedetto ha paura perché se si scoprisse la sua identità rischierebbe la vita. Sta mettendo in discussione un sistema internazionale in cui probabilmente entrano anche le mafie. I padroni pontini non hanno certo capacità e relazioni così avanzate da riuscire ad organizzare il traffico internazionale di queste sostanze vietate. Loro le acquistano e diffondono solo. Al resto pensano altri, probabilmente organizzazioni mafiose, anche internazionali, in relazione d'affari tra loro. Benedetto è un fiume in piena e come per l'inchiesta pubblicata su Il Venerdì, mostra quei maledetti flaconi. Tra questi, ancora una volta, l'Afalon, ossia un erbicida revocato dal ministero della Salute il 3 giugno del 2017, poi il Cycocel, un regolatore della crescita per il grano tenero, la segale, l’avena e l’orzo che, si legge nelle istruzioni per l’uso, attraverso una modifica cellulare “induce un minor sviluppo in lunghezza dei culmi e dei germogli, favorisce la formazione di piante più resistenti alle avversità ambientali e parassitarie ed esalta la capacità produttiva della coltura”. Quest'ultimo viene prodotto dal colosso della chimica Basf ma è stato vietato in Italia nel 2012. Un divieto evidentemente raggirato. Un altro è l'Adrop, un fitoregolatore in polvere che anticipa la fioritura e la maturazione di mele, pere, fragole, olive, pomodori, zucchine, peperoni, melanzane e piante ornamentali, proibito addirittura dal 2009. “Questo lo vogliono tutti perché permette consente di fare tanti soldi”, dice Benedetto. Ma quali sono le conseguenze di questi prodotti sui lavoratori che li distribuiscono e respirano? “In genere provo prurito alle mani e al collo, ma anche il naso che gocciola, occhi rossi. A volte ho difficoltà a respirare. Io cerco sempre di allontanarmi ma a volte si viene letteralmente annaffiati dal padrone mentre siamo ancora dentro le serre”. Una conseguenza drammatica che vale anche per i residenti intorno a queste serre. Una famiglia italiana residente accanto ad una di queste aziende afferma di avere avuto problemi molto gravi alla gola. “Alcuni vicini sono morti di tumore. Ogni volta che sento quegli odori chiamo le forze dell'ordine. A volte vengono ma non possono fare nulla. E noi continuiamo a soffrire questa pestilenza senza averne colpa”, afferma una ragazza di Latina con accanto il figlio di 10 anni.

Ma chi produce questi veleni così tossici e pericolosi? Non più le tradizionali multinazionali della chimica. E non si tratta neanche di avanzi di magazzino che prendono la via dei mercati illegali. A guardare bene quelle confezioni ci si accorge che sono del tutto identiche a quelle originali di oltre dieci anni fa, tranne che per piccolissimi dettagli che solo un occhio attento riesce ad individuare. Ciò significa che esiste un circuito illegale che non solo distribuisce ma produce anche, compresa la confezione, questi veleni, con una capacità organizzativa, produttiva e commerciale elevatissima. Lo riconosce anche l'ufficio legale di una delle aziende chimiche più grandi, il quale afferma peraltro che lo stesso fenomeno è presente anche in altre regioni italiane come ad esempio la Sicilia.

Quello degli agrofarmaci contraffatti è, secondo il rapporto Agromafie di Eurispes, uno dei dieci business più redditizi per la criminalità organizzata. E ovviamente anche uno dei più pericolosi. Benedetto lo afferma chiaramente: “Secondo me arrivano alcuni uomini di sera direttamente da Caserta o da Napoli e portano questi flaconi ai padroni che li comprano in contanti e poi li stipano nei loro magazzini chiusi a chiave, oppure li nascondo sotto le cassette verdura, dove nessuno andrebbe mai a vedere”. Secondo il comando Nas dei Carabinieri, l’importazione illecita di formulati chimici proviene direttamente dalla Cina, come il forchlorfenuron e l’idrogeno cianammide, giunti in Italia mediante i porti di Napoli e Gioia Tauro con una diversa denominazione, in genere di prodotti non vietati. Il primo è il principio attivo del Sitofex, un moltiplicatore cellulare autorizzato che aumenta e uniforma la dimensione dei kiwi e dell’uva da tavola. Eppure il Kiwi è spesso un prodotto Dop, peraltro protetto da numerosi protocolli. La società produttrice, la tedesca AlzChem, ha denunciato alla procura di Latina l’utilizzo di un prodotto completamente falso, il Sitoflex, fabbricato in laboratori clandestini con principio attivo cinese non testato e venduto a sette euro al litro contro gli undici dell’originale. Insomma, un prodotto efficace per chi ha fame di profitto e anche a basso costo. Il secondo principio è invece il Dormex, un attivatore della crescita delle piante vietato dal 2008 perché cancerogeno ma ancora reperibile sul mercato nero, spesso falsificato. C’è infine l’Imazalil, una sostanza utilizzata per lucidare la buccia degli agrumi, consentita in Italia solo sulla frutta d’importazione, con l’avvertenza “buccia non edibile”, e importata illegalmente.

Siamo alla frutta, si potrebbe ironicamente dire. Intanto alla frutta e non per ridere si trovano i braccianti. “D'inverno fa freddo e a volte anche d'estate ma alle 4 del mattino quando iniziamo – dice Benedetto mentre cerca di non farsi vedere dai passanti - può tirare un'aria fresca e molti braccianti indiani o bangladesi arrivano nei campi con le loro biciclette e le sciarpe al collo per proteggersi. Poi, siccome molti padroni non danno le mascherine adatte, tengono quelle sciarpe che si impregnano di veleni che si respirano di continuo”. Benedetto chiama un suo ex collega di lavoro indiano da qualche mese residente nel Nord Italia. Vuole far sentire la sua testimonianza. “Ho lavorato di notte dentro un'azienda e ci facevano diffondere quelle sostanze senza mascherine. Era un lavoro durissimo. Non avevamo mai pause. Lui si faceva vedere sotto braccio coi boss locali e anche con qualche agente delle forze dell'ordine. Si sentiva al sicuro. Sono andato via perché non potevo continuare a vivere in quel modo. Ho diritto ad una vita diversa da quella dello schiavo” afferma il lavoratore mentre tradisce una profonda commozione.

Per due anni dopo l'inchiesta di Mastrandrea, Benedetto ha continuato a denunciare. E il 19 aprile del 2021 accade ciò che i negazionisti volevano accuratamente evitare. I carabinieri del Nas di Latina, infatti, a conclusione di una complessa indagine denominata “Job tax”, coordinata dal Procuratore aggiunto Carlo Lasperanza, unitamente al sostituto procuratore Claudio De Lazzaro della Procura della Repubblica di Latina, hanno eseguito, in provincia pontina e a Venezia, un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di 7 persone indagate per associazione per delinquere dedita allo sfruttamento di manodopera immigrata in agricoltura, a estorsioni e all’impiego illecito di fitofarmaci non autorizzati nelle coltivazioni in serra, scongiurando un grave pericolo per la salute pubblica derivante dall’uso sconsiderato di fitofarmaci non autorizzati. I provvedimenti restrittivi, emessi dal giudice per le indagini preliminari del tribunale di Latina, sono stati eseguiti con il supporto di militari del Comando carabinieri per la Tutela della salute dei comandi provinciali di Latina e Venezia, del Nucleo dell’Ispettorato del Lavoro di Latina e con l’ausilio del Nucleo Elicotteri Carabinieri di Pratica di Mare.Le indagini nascono ad ottobre 2019 da attività informativa del Nas sviluppata nel contesto di servizi anticaporalato disposti dalla Divisione Unità Specializzata dell’Arma dei Carabinieri e originata da una denuncia sporta da un bracciante di origini bangladese il quale lamentava le condizioni di sfruttamento e le intimidazioni subite a opera di connazionali anch’essi dipendenti dalla medesima azienda agricola di San Felice Circeo. Le investigazioni hanno disarticolato un sodalizio criminoso basato sul vincolo associativo di tipo familiare nell’ambito dell’azienda ortofrutticola operante nella coltivazione di ortaggi, estesa su 5 livelli produttivi da San Felice Circeo a Terracina a Sabaudia, destinati al mercato locale, nazionale ed estero.

Nel corso degli approfondimenti svolti mediante servizi di osservazione, pedinamenti, intercettazioni telefoniche ed escussione di persone informate sui fatti, gli investigatori hanno delineato i ruoli dei 7 indagati basato sullo sfruttamento dello stato di necessità dei braccianti, servendosi di 2 caporali per il reclutamento e la gestione della manodopera straniera, realizzando peraltro un'evasione di contribuiti obbligatori Inps quantificata in 557mila e 504,60 euro nel periodo monitorato, compreso tra marzo e novembre 2019.

Secondo i Carabinieri del Nas di Latina l’organizzazione criminale sottoponeva i lavoratori immigrati a condizioni di sfruttamento, li costringeva a sottoscrivere la ricevuta della busta paga con l’omessa contabilizzazione delle ore effettivamente prestate, pena il mancato pagamento della retribuzione, remunerandoli con stipendi inferiori alle ore lavorate, in violazione dei contratti collettivi del comparto, impiegava i lavoratori in costanza di violazioni della normativa in materia di sicurezza e igiene sui luoghi di lavoro, omettendo di fornire loro i previsti Dpi, l’abbigliamento, le scarpe idonee, costringendoli a lavorare in condizioni proibitive, per allagamento dei terreni a causa delle piogge, operava una forma di controllo sul risultato del lavoro, con minaccia di sanzioni corporali ed economiche, fino a minacciare il licenziamento in caso di fallimento dell’obiettivo di raccolta, imponeva loro di avvalersi del servizio di trasporto gestito da uno dei caporali – previo compenso giornaliero di 6 euro cadauno – in condizioni degradanti, ammassati sul furgone in numero superiore ai posti omologati. E ancora perseguiva con l’aiuto di un agronomo – anch’egli tra i destinatari delle misure cautelari in carcere – una spregiudicata coltivazione di ortaggi destinati al mercato locale, nazionale ed europeo, ricorrendo all’uso continuo e massivo di fitofarmaci non autorizzati alle culture in serra, impiegando in tali compiti lavoratori non formati, non abilitati e privi dei previsti Dpi, esponendoli in tal modo a gravi situazioni di pericolo.

Sfruttamento, violenze e incidenti sul lavoro sono spesso intimamente legati. Ne è convinto anche Bruno Giordano, capo dell'Ispettorato Nazionale del Lavoro, che afferma: “abbiamo un morto ogni otto ore e un infortunato ogni 50 secondi. I dati sono costanti: dai nostri controlli risulta che 85% delle aziende ispezionate ha lavoro irregolare, significa che di regola non c'è sicurezza. Bisogna applicare le norme sulla sicurezza del lavoro e per questo ci vogliono controllori preparati, tecnici, formati sul lavoro del terzo millennio, che aiutino le imprese a valutare rischi, soprattutto le PMI, dove si verifica gran parte degli infortuni. Questo ci impone di stare vicini alle imprese se vogliamo salvare i lavoratori”. Nel contempo Giordano ricorda anche che: “lo sfruttamento non è solo in agricoltura, in questi cinque anni di applicazione la legge 199 ha fatto emergere approfittamento di lavoratori in stato di bisogno in molti settori, dall'edilizia, alla logistica, alle piattaforme digitali. Evidentemente si tratta di un dato strutturale dell'economia del lavoro, della domanda e offerta di lavoro che sfugge ad ogni regola dello stato sociale. Ripristinare le regole è il primo atto necessario per avere una democrazia degna di un Paese civile. E non basta fare indagini e cogliere in flagranza qualche datore di lavoro, occorre occuparsi dei lavoratori e delle lavoratrici sfruttate, post factum. Dobbiamo offrire assistenza legale, abitativa, sanitaria. Oggi ci sono varie iniziative pubbliche e private, da coordinare”. Lunga è la strada ma non impossibile, dunque. Intanto, a dicembre del 2019, dopo un controllo operato nei 5 siti produttivi dell’azienda, su decreto dell’autorità giudiziaria e con l’ausilio del personale dell’Ispettorato del Lavoro Carabinieri di Latina, oltre a identificare 157 lavoratori non comunitari, venivano sequestrati 244 litri di prodotti fitosanitari non autorizzati all’impiego in agricoltura, per un valore di 7mila euro. Contestualmente si è proceduto, a carico degli indagati, all’esecuzione del relativo decreto, richiesto dalla Procura di Latina ed emesso dal Gip del Tribunale di Latina, di sequestro preventivo per via diretta o per equivalente della somma o di beni mobili e immobili fino al raggiungimento dell’importo pari a 557mila e 504,60 euro, quale profitto del reato di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro riferito ai contributi non versati e alle ore di lavoro non retribuite per il periodo di riferimento marzo-novembre 2019. Intanto il Nas di Latina, insieme agli agenti della Questura, hanno continuato i controlli trovando più volte i fitofarmaci illegali in altre aziende. In una di queste, operante tra Sabaudia e San Felice Circeo, un intero armadietto pieno di questi veleni è stato sequestrato. Altri veleni sono stati trovati sotto dei nylon ammassati in terra in piena campagna. Il datore di lavoro, che ama farsi chiamare “Mussolini”, è stato denunciato per sfruttamento della manodopera. Dovrà anche rispondere di questi prodotti, partendo magari dalla domanda: “Da chi li ha comprati, come sono giunti fino a lui e a quale costo”. Sarebbe un buon modo per dimostrare di avere a cuore il futuro suo, della sua famiglia e della collettività.