«Israele è obbligato a mettere fine alla sua presenza illegale (unlawful presence) nei Territori Palestinesi Occupati il più rapidamente possibile». Il ritiro comprende: «l’immediata cessazione di tutte le nuove attività coloniali e l’evacuazione dei coloni dai Territori palestinesi occupati, nonché il rispetto del «diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione».
A questo scopo Israele deve anche metter fine a tutte le «politiche e pratiche che ostacolano questo diritto all’autodeterminazione».
Tutto ciò come già specificato «dalla Corte Internazionale di Giustizia e sostenuto dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite».
Lo si apprende dall’ultimo report “tematico” dell’ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani nei Territori Palestinesi, pubblicato oggi. (qui)
Alle vittime delle violazioni dei diritti umani (conseguenza di queste politiche e pratiche illegali), deve essere garantita «piena riparazione».
Al tempo stesso tutte le parti in causa devono adempiere agli obblighi imposti dal diritto internazionale.
In particolar modo l’Alto Commissario richiama il governo di Israele «a ritirarsi dai Territori Palestinesi occupati (Gaza e Cisgiordania) e anche da Gerusalemme Est».
Non è la prima volta che l’Ufficio dell’Alto Commissario si esprime a riguardo, ma la potenza della condanna in questo ultimo report è molto incisiva e particolarmente esplicita.
Il rapporto con le sue 41 pagine di analisi, 114 punti, tra accuse circoscritte, dati e raccomandazioni, è molto chiaro nel chiedere non solo la fine dell’occupazione militare, ma anche la fine della «complicità» di Stati terzi con l’illegalità di Israele.
«Gli Stati terzi hanno l’obbligo di non riconoscere come legale» la situazione sorta dalla «presenza illegale dello Stato di Israele nei Territori Palestinesi».
E chiede al punto N delle raccomandazioni di «cessare la vendita, il trasferimento e il dirottamento di armi, munizioni e altre attrezzature militari verso Israele».
Si raccomanda poi allo Stato ebraico di rimuovere «gli impedimenti illegali alla libertà di movimento dei Palestinesi nei Territori».
E di pretendere «l’immediata liberazione dei Palestinesi arbitrariamente detenuti nella Cisgiordania occupata, nonchè a Gerusalemme Est e in Israele, a partire dal 7 ottobre 2023 o prima ancora del 7 ottobre».
Nella prima parte del documento, che fornisce una dettagliata “analisi di contesto” si legge:
«Il controllo da parte del governo di Israele sulla popolazione locale della Cisgiordania Occupata, è imposto tramite una violenza discriminatoria costante e il ricorso ad un uso non necessario e sproporzionato della forza» che conduce alla «morte e infonde paura».
Si fa esplicito riferimento alla «proibizione della segregazione razziale e dell’apartheid» e un intero capitolo è dedicato alle demolizioni di case e agli espropri di Gerusalemme est.
«Le autorità israeliane – si attesta – hanno avanzato 69 piani per creare o espandere le colonie, per un totale di 44mila e 837 unità abitative a Gerusalemme est, inclusi piani per nove nuove colonie, tre delle quali già approvate: Givat Hamatos, Givat Shaked, Lower Aqueduct».
Il riferimento al 7 ottobre 2023 come “data spartiacque” è qui utilizzato per mettere in evidenza non tanto l’inizio dell’attacco genocida su Gaza, quanto «l’inasprimento della persecuzione di Israele nei confronti dei palestinesi in Cisgiordania».
È infatti in tutta la West Bank occupata che la ‘seconda guerra’ contro il popolo palestinese si è intensificata, a partire dai giorni immediatamente successivi al 7 ottobre.
«La situazione si è drasticamente deteriorata – si legge al punto 7 – a partire dal dicembre 2022 e in special modo dopo gli attacchi del 7 ottobre 2023.
Da quella data in poi il governo di Israele ha aumentato ulteriormente l’uso della forza, la detenzione arbitraria e la tortura;
la repressione della società civile e le restrizioni non dovute alla libertà dei media e al movimento», mentre ha dato via libera «all’espansione delle colonie».
Si fa abbondante riferimento ai checkpoint, ai gates e ad «altri ostacoli posti alla mobilità», portati avanti da soldati e da «personale della sicurezza privato, pagato dal governo di Israele».
Il report, con straordinario tempismo, è stato pubblicato il giorno successivo l’attacco criminale di Israele contro gli studenti dell’Università di Birzeit, a Ramallah.
Proprio ieri, 6 gennaio, undici palestinesi, come ha confermato la Mezzaluna Rossa, sono rimasti feriti in seguito ad una aggressione militare da parte delle forze di occupazione israeliane che hanno fatto irruzione all’interno dell’Università e hanno sparato.
Nirdein al-Mimi, responsabile delle relazioni pubbliche dell’Università di Birzeit, ha dichiarato che i soldati israeliani hanno sparato proiettili letali, lanciato lacrimogeni e granate stordenti all’interno del campus.
Secondo l’agenzia di stampa Anadolu, il raid ha fatto seguito a un evento organizzato dagli studenti in solidarietà con i prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane e ha coinciso con l’intenzione di proiettare Hind Rajab, il film che documenta l’uccisione di una bambina di cinque anni a Gaza.
Per scaricare il report clicca qui.