Lei ha un passato da amministratore locale ed è anche un attento analista della cosa pubblica. A suo avviso cosa non va attualmente nella politica e nei partiti, visti i tassi di astensionismo?
C'è stato un mutamento antropologico accelerato dai mezzi di comunicazione di massa e dai supporti elettronici accessibili per tutti e tutte e ovunque. In seguito a questo, il popolo si è destrutturato dividendosi prima in categorie, poi in corporazioni e da ultimo in individui. Nessuno si aspetta più nulla dalla partecipazione e dalla militanza collettivi. I partiti erano essenzialmente questo, ovvero lo strumento attraverso cui i sogni e i bisogni collettivi, delle classi e degli individui, si convogliavano e si traducevano in idee e azioni. Quando i partiti hanno capito di aver perso questa partita si sono assegnati il ruolo di attori, e talvolta clown, in uno spettacolo il cui canovaccio è segnato non più in ossequio alle costituzioni nazionali o continentali ma in base alle esigenze e alla priorità dell'economia e della tecnica.
Nel suo ultimo libro lei traccia un quadro critico sul tema partecipazione. Come si rigenera la parola politica?
Innanzitutto, riaffermando il proprio ruolo. L'economia, specie la capitalistica, è volta a produrre utili anche a discapito dei lavoratori e delle lavoratrici. E la tecnica, se non ha una missione civile, è puro strumento di potenza e controllo, come dimostrano i superstati plutocratici neofeudali che dal metaverso controllano il reale. La politica è l'argine e l'inversione di tutto ciò. Ma ci deve credere, deve tornare a fotografare il presente e immaginare il futuro. Qua da noi stiamo mesi a parlare di temi etici sicuramenti importanti ma riguardanti minoranze mentre la maggioranza delle cittadine e dei cittadini sono: un lavoratore sottopagato, una famiglia che fa fatica a pagare affitto o mutuo, una coppia giovane che fa meno ferie in estate e bambini e bambine che mangiano peggio del passato.
Quali processi di attivazione politica potranno cambiare questo quadro e portare a una vera classe dirigente?
In questo campo abbiamo dei falsi amici, per esempio, le preferenze: se una lista ne elegge tre e io faccio una lista di tre campioni e 45 schiappe chi ha la certezza di essere eletto? Altra cosa sarebbe avere, per esempio, collegi piccoli nei quali il partito mette un nome accanto al simbolo e i due si identificano. L'elettore e l’elettrice votano premiando o bocciando quel partito, quella candidatura e quel programma. È un poco come quando s’invoca una rigenerazione della politica dal basso...come se fosse mai accaduto nella storia. La riattivazione deve partire dall'alto ovvero da un'idea di mondo che possibilmente sia chiara e realizzabile e su cui chiamare a dibattere e intervenire la cittadinanza. Poi ci sono dei meccanismi di partecipazione attiva come, per esempio, le assemblee civiche nominate con l’estrazione di cittadini e cittadine chiamate su singole riforme ad affiancare le assemblee elettive. Oppure il recall ovvero l'istituto che consente ai votanti di un collegio o di una circoscrizione di cacciare dal seggio quel deputato o quella consigliera indegni o incapaci.
Lei non ha mai nascosto le sue idee socialiste riformiste. Qual è la situazione sul socialismo europeo, italiano e globale anche alla luce della nuova giunta di New York a guida neosocialista?
Il socialismo è morto. E invece ci sarebbe bisogno di richiamarlo in vita. Ti confesso che appartengo a quelli che sulla scia dell’ulivo mondiale e del blairismo pensava che la storia fosse davvero finita e che la lotta per l'uguaglianza passasse attraverso più McDonalds e più IKEA. Mi sbagliavo. I padroni del vapore, come li avremmo chiamati una volta, in ossequio a Ernesto Rossi, hanno approfittato della nostra illusione di pacificazione sociale e hanno riconquistato terreno a discapito dei diritti sindacali e dei lavoratori. Ecco perché oggi come ieri c'è bisogno di socialismo, ma, permettimi, di quello vero ovvero di quello che si occupa delle strutture e non delle sovrastrutture. In una parola, si occupa di lavoro, salari, servizi pubblici universali e capillari come scuola, sanità e trasporti, diritto all'abitare, ambiente e felicità...e sì felicità, perché non dimentichiamo che la vocazione del socialismo era quello di lenire le sofferenze e promuovere una vita migliore, ovunque, per tutti e per ciascuno.