Dialogo con Antonio Maglie su "Disuguaglianze Mercato a Nuove Elite"

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09 marzo 2026

Il neo capitalismo feudale, in tutte le sue declinazioni tecnologiche e autocratiche, ha manifestato la sua aggressività politica/ ideologica anche in paesi a chiara tradizione liberale. Il tutto sta sconvolgendo i canoni interpretativi delle relazioni internazionali e degli studi politologici. Proviamo a fare chiarezza con Antonio Maglie, autore di molteplici testi con Giorgio Benvenuto sui temi suddetti.

Lei ha scritto molto sulla società moderna e le nuove disuguaglianze. A suo avviso perché non si combattono più le disuguaglianze?

Non si combattono per il semplice motivo che sono funzionali all'affermazione di un capitalismo arrembante che in conclusione si sta trasformando in un nuovo feudalesimo in cui chi nasce ricco muore più ricco e chi nasce povero non ha possibilità di mutare la sua condizione perché le carte con cui si gioca sono truccate. Ĺ'idea liberale (nella interpretazione liberista) di una corsa in cui partono tutti alla pari, la famosa parità nelle opportunità, è solo un imbroglio perché chi parte in condizioni familiari e sociali favorite avrà comunque un ventaglio di scelte più ampio: scuole migliori, amicizie influenti per meriti familiari importanti, percorsi più semplici e felici, strade per il paradiso diritte e bene asfaltate. La società neo-feudale non tollera concorrenza sociale. Come direbbe Bogart: è la cristallizzazione delle posizioni, bellezza! Peter Thiel, l'uomo patron di Palantir, inventore di PayPal finanziatore e mentore di J. D. Vince, sostiene che in questo nuovo tecnocapitalismo la velocità delle scelte non è compatibile con la democrazia. È evidente che non essendoci democrazia non c'è necessità di alternativa e mancando l'alternativa manca la possibilità che tu venga sostituito da uno più bravo che, semmai nel frattempo diventa anche più ricco. Insomma una bella distanza tra il turbo-tecnofascismo di Thiel e la pacatezza politica di uno come Bobbio che non mancava mai di spiegare che la democrazia è un esercizio di pazienza.

A suo avviso, questa impostazione metrologica, è una scelta politica?

Tutto si basa sull'accesso alla conoscenza. La trappola è proprio questa. La conoscenza è uno dei motori, forse il più potente, del cosiddetto ascensore sociale. Il suo funzionamento era la caratteristica delle società egualitarie (o che almeno, puntavano a esserlo): chi fa parte della mia generazione (sono nato negli anni Cinquanta) lo sa bene perché avvertiva di poter avere un futuro migliore. Il diritto allo studio fu al centro delle battaglie dei movimenti giovanili degli anni Sessanta e Settanta. L'istruzione era vera e propria promozione sociale. Il boicottaggio della scuola pubblica con la trasformazione dell'alta istruzione in un privilegio d'élite è funzionale alla cristallizzazione delle posizioni. In fondo è qualcosa che avviene già negli Stati Uniti dove i candidati a far parte della classe dirigente vengono tutti dalle solite costosissime università, Harvard ad esempio. Quello è il modello. È evidente, allora, che tutto quello che sta accadendo è solo frutto di un progetto politico e di scelte che puntano a cristallizzare la disuguaglianza in contemporanea alla cristallizzazione della ricchezza.

Lavoro e sindacato, due elementi indeboliti nel quadro del sistema mondo contemporaneo. Quanto ha influito questo declino nella formazione del capitalismo feudale?

Quando questo progetto è partito, l'obiettivo primario, l'avversario da abbattere più che semplicemente da battere, era proprio il sindacato. Non voglio affermare che i sindacati non abbiano responsabilità nel loro declino. Facciamo un po' di storia. Nel 1971, a ferragosto, Richard Nixon fa saltare la governance di stampo keynesiano costruita a guerra finita. Il presidente americano fa saltare la parità oro-dollaro. La guerra del Vietnam costa e ha fatto impennare il debito; in circolazione, poi, vi sono troppi dollari che vengono portati all'incasso per essere trasformati in oro con effetti letali sulle riserve. Il mondo che ha prodotto oltre 25 anni di espansione è in crisi: per la destra è una occasione da prendere al volo. Ci vuole solo una filosofia affascinante. In un pranzo al Washington hotel la illustra un economista, Laffer. Prende un tovagliolo, una penna e disegna gli assi cartesiani e fa spuntare la sua famosa curva. Non verrà mai provata, ma tanto basta perché il messaggio è affascinante: i ricchi devono essere agevolati, diventare più ricchi per fare in modo che dalla tavola imbandita caschino un po' di briciole. Tutti felici e contenti. È la favola del trickle-down. Nel frattempo la crisi del keynesismo scatena la voglia di rivincita contro i limiti delle politiche di piano. Risultato: l'arrivo alla Casa Bianca di Ronald Reagan e a Downing Street di Margaret Thatcher. Nel frattempo in Italia il progetto di Moro di una democrazia compiuta è morto insieme a lui. A questo punto accadono tre cose che avranno sul sindacato effetti devastanti. Nel 1980 la vertenza sui licenziamenti alla Fiat si conclude con la marcia dei quadri e la resa della Federazione lavoratori metalmeccanici: ventitremila in cassa integrazione. L' anno dopo negli Usa i controllori di volo aprono una vertenza per ottenere miglioramenti contrattuali ed entrano in sciopero. Reagan risponde ordinando il ritorno al lavoro pena il licenziamento. I controllori non si piegano e lui ne licenzia undicimila. Tre anni dopo sono i minatori inglesi che entrano in lotta contro un sanguinoso piano di ristrutturazione. Lo sciopero dura un anno, ma alla fine i minatori si arrendono: partono subito ventimila lettere di licenziamento. Queste sono le premesse. La fine della storia è davanti ai nostri occhi: un mondo del lavoro impoverito nei salari e nelle tutele.

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