Una serata infrasettimanale di agosto, intollerabilmente afosa, e dallo schermo del telefonino l’algoritmo mi propone una sagra di paese che ai miei occhi presenta più di un’attrattiva: spazi all’aperto per godersi il fresco della notte, tra giostre e stand gastronomici e ben tre palchi dove il programma offre un concerto jazz, l’immancabile orchestrina di liscio e una serata di selezioni musicali dal titolo Bollywood night. Ed è proprio leggendo di questa terza proposta che il mio animo da vecchio studente di antropologia va in estasi, anche se la musica c’entra fino a un certo punto.
Borgo Grappa è un insediamento agricolo di fondazione sorto una novantina d’anni fa nel cuore della palude pontina, a pochi chilometri da quello che oggi è il parco nazionale del Circeo. Fosse stato per Mussolini, l’Agro Pontino avrebbe dovuto essere tutto così: distese di appezzamenti agricoli, assegnati a un capofamiglia che avrebbe amministrato il podere e la famiglia nel nome di un indiscutibile autorità patriarcale. E niente città: niente Littoria, ma neanche Pontinia e Sabaudia, perché le città sono fonte di aggregazione sociale e quindi potenziali focolai di protesta politica. E poi, come l’occidente europeo sa fin dal medioevo, l’aria delle città rende liberi, condizione poco in sintonia con gli obiettivi di quel regime.
Novant'anni dopo, questo borgo rurale – come tanti altri intorno a lui – è il centro di una delle più possenti economie agricole nazionali, dove migliaia di braccianti indiani sono impiegati in condizioni che spesso diventano di sfruttamento assoluto. Una cosa resa possibile dalle attuali norme migratorie e in particolare da un trucco amministrativo chiamato decreto flussi: il lavoratore parte dal suo paese con un regolare visto per essere impiegato dall’azienda XY, ma poi al suo arrivo in Italia scopre che l’azienda XY non esiste e dopo tre mesi, alla scadenza del suo permesso, si ritrova in clandestinità, senza soldi per tornare a casa e costretto ad accettare qualsiasi impiego a qualsiasi condizione, pur di sopravvivere. L’intera economia di queste zone si regge su questo inganno legislativo, introdotto per la prima volta nel 1998 con la Legge Turco-Napolitano (governo Prodi) e successivamente disciplinato dalla Legge Bossi-Fini (governo Berlusconi).
Per cui tutti noi che abitiamo queste terre siamo tristemente consapevoli che l’abbondanza esibita nelle nostre piazze in termini di consumi (macchine, vestiti, telefonini ipertecnologici) è conseguenza di uno sfruttamento prolungato e reiterato nel tempo. Una consapevolezza tanto più insopprimibile dopo la morte di Satnam Singh, il bracciante lasciato morire dissanguato a bordo strada dal suo padrone dopo un incidente che gli aveva amputato un braccio: un episodio che aveva portato l’Agro Pontino su tutti i media internazionali, dipinto come un’enclave giuridico dove forme di schiavitù assoluta sono ancora abbondantemente praticate.
Ma proprio in virtù di tutto questo dirompente quadro sociale, la Bollywood night proposta all’interno della festa del borgo mi sembrava un appuntamento affascinante e imperdibile: la comunità locale, in gran numero discendente dai fondatori che per primi avevano coltivato quei campi, accoglieva la comunità immigrata all’interno di uno dei suoi riti più sacri e identitari, la sagra di paese. E io volevo assolutamente esserci per vedere come questa cosa prendeva forma. Anche se, a dirla tutta, il fatto che il dj incaricato delle selezioni si chiamasse Giorgio, e non Gurdwinder o Jasnoor, qualche dubbio lo sollevava, ma d’altronde io a vent’anni facevo selezioni di musica araba in una radio locale e quindi magari in consolle avrei trovato un altro me, molto più giovane ma ugualmente affascinato dalle culture altre. Almeno, questa era la speranza: abbastanza per convincere un paio di amiche a sottrarsi ai benefici dell’aria condizionata e accompagnarmi a vedere la festa.
All’arrivo troviamo le solite giostrine illuminate che insieme alle luci e ai rumori infondono tanta allegria perché ci riportano alle nostre infanzie e adolescenze, con quell’inossidabile giostra del calcinculo che ci spinge a rievocare aneddoti sepolti nelle nostre vite di persone nate nello scorso secolo. L’allegria è contagiosa, intorno gente che ride, beve coca cola e mangia patatine. Anche se, mi sorprendo, non riesco a vedere donne indiane vestite nei loro coloratissimi abiti tradizionali come mi aspettavo. In ogni caso, oltre le giostre individuiamo un’arena con un palco illuminato e ci dirigiamo convinti verso la distesa di tavoli e panche affollati da gente come me: bianchi, occidentali, senza turbanti colorati.
Sul palco un dj, bianchissimo anche lui, smanetta sulla solita consolle digitale da cui escono note inequivocabilmente bhangra, che lì per lì turbano il mio istinto critico: Bollywood non significa musica indiana e basta, ma un preciso stile di colonne sonore fortemente melodico, mentre il bhangra è una musica da ballo tipica del Punjab dove prevale il ritmo. Bollywood è indù, Bhangra è sikh, ma alla fine mi rendo conto che tutto questo non significa niente, in un Paese dove il piatto indiano più famoso è il riso al curry, cioè qualcosa che in India non sanno neanche cosa sia.
E poi, finalmente, ci sono loro: una piccola folla di ragazzi punjabi che ballano con gusto, tutti maschi vestiti con abiti occidentali e, in molti casi, le solite magliette di calcio: riconosco un Messi con la maglia argentina e un paio di maglie nerazzurre che non capisco bene se siano dell’Inter o del Latina calcio. Ballano felici, mentre sul palco insieme al dj c’è un attempato MC che dal microfono cerca di animare il più possibile la festa. Mentre li guardo domandandomi come facciano a suonare musica di cui probabilmente non conoscono il significato, mi accorgo di un paio di ragazzi punjabi che salgono sul palco a indicargli quali brani selezionare dalla playlist sul computer. Mi convinco che in precedenza quegli stessi ragazzi abbiano caricato dalle loro pennette file musicali nel computer del dj, che comunque è l’unico a mettere le mani sulla consolle, e quindi sono loro, di fatto, gli innominati selecter della serata, quelli che scelgono la musica da suonare.
“Oh, daje che è arrivato er Cipolla” sento urlare l’MC quando un bambino di non più di dieci anni si unisce al corpo di ballo. È un ragazzino sikh, quindi come tutti i maschi della sua età ha i capelli raccolti nella patka, il tipico fazzoletto di cotone colorato dalla forma arrotondata. Er Cipolla, appunto, e io che con i bambini indiani ci lavoro in una scuola elementare mi domando quante volte quel bambino, che a differenza dei suoi genitori la lingua italiana la padroneggia benissimo, deve essersi sentito sbeffeggiare in quel modo. E quindi quanto possa pesargli adesso il fatto che adesso quello stesso sbeffeggiamento lo stia subendo pubblicamente.
“Daje Cipò” continua a incitarlo l’MC, tanto che dopo un paio di tentativi il bambino sembra infastidirsi per tutta quell’attenzione non richiesta e ritorna a sedersi su una panchina.
“Guardate che belli, come zompettano felici” continua a pompare il microfono dell’MC indicando la gioventù punjabi che danza sorridendo, mentre alle sue spalle su uno schermo di tela parte un carosello di immagini: tutti volti di donna digitalmente modificati che si avvicendano in loop in pose paradossalmente seducenti. Sono tutte donne dai lineamenti esotici, in diversi toni di carnagione scura. Nessuna di loro bianca, nessuna di loro indiana. Tutte in pose (almeno intenzionalmente) sexy. Cosa minchia c’entrano queste? - mi domando mentre cerco di mettere insieme nella stessa inquadratura quelle immagini soft porn, il dj e l’MC sul palco e il gruppo di maschi punjabi che suda dimenandosi davanti ai miei occhi. E, visto che ci siamo, anche il pubblico sparso sulle panchine, di cui anche io faccio parte, diviso tra una tiepida curiosità e un’assoluta indifferenza verso quello che succede intorno, mentre bevono (anzi, beviamo) birra masticando pop corn e patatine fritte.
Accanto a me vedo finalmente materializzarsi due coloratissime signore punjabi, una in total green e l’altra avvolta in un vestito rubino scintillante. vicino a loro un attempato signore con il turbante viola e una barba sale e pepe ultimata da due baffoni a manubrio, che osserva la scena da lontano. A guardarlo ispira un senso di profonda autorità, ma non saprei dire perché e quella domanda inevasa mi lascia un fastidioso senso di orientalismo: mi chiedo se anche io stia affidando la mia percezione di quelle persone a dei luoghi comuni prestabiliti dal solito sguardo coloniale, in una terra che fu per prima coltivata da coloni e che oggi è coltivata da schiavi. Se anche io, insomma, abbia un ruolo preciso in quella finta rappresentazione di incontro culturale messa in atto davanti a un rutilante calcinculo che continua a girare mentre l’MC incita la folla a ballare e sottolinea il vantaggioso prezzo dei cocktail in offerta.
Alla fine arrivano le donne, ma non sono quelle che mi aspettavo: sono ragazze che lavorano nello stand dei panini, tutte italiane, che scendono in pista immediatamente accolte con urla gioiose dell’MC che invita le nuove arrivate a scatenarsi e a far vedere come ballano le ragazze italiane. La musica sale di volume e io provo nuovo turbamento, ancora di più quando mi accorgo che in realtà nessuno balla insieme a nessuno: c’è un blocco di ragazze bianche da una parte e un altro di ragazzi punjabi che si fronteggiano danzando, ma nessuna coppia di ballerini si è formata da quell’innesto di energia femminile.
Mentre osservo sullo schermo una ragazza di colore con un taglio afro che si lecca il pollice inguainato in un guanto giallo e ascolto l’MC che continua a strillare di loro e noi, mi alzo e decido di approfittare dell’offerta sui cocktail: dalla birra passo a un vodka-lemon e le conseguenze sulla mia osservazione partecipata da antropologo riluttante iniziano a farsi sentire. D’improvviso, il grottesco percepito in quella scena inizia a farsi ancora più pesante, nonostante proprio adesso sul palco avvenga il primo tentativo di mediazione linguistica della serata: è il momento della lotteria, sono rimasti dei biglietti invenduti e quindi viene chiesto a un volontario di fare l’annuncio in punjabi per approfittare di una super offerta, tipo quindici biglietti al prezzo di dieci.
Distratto dalla vodka e dalle chiacchiere, non seguo la lotteria e quindi non so chi abbia vinto cosa. Quello che è certo è che subito dopo il MC riparte invocando “adesso musica italiana, che gli facciamo vedere noi come si balla agli amici indiani”. Evidentemente uno che la competitività ce l’ha nel sangue, al punto da riprendere il dj perché aveva proposto un ultimo pezzo bhangra – Mundian To Bach Ke di Panjabi MC, in realtà una hit mondiale suonata in tutte le discoteche italiane e probabilmente del globo, quindi perfetta per chiudere il set: ci aveva visto giusto il dj, a mio avviso – e poi finalmente parte la musica italiana, cioè una selezione di reggaton latino americano che proprio italiano non è, ma che soddisfa l’MC e richiama un gran numero di ragazze e ragazzi italiani, mentre la gioventù punjabi se ne va. E quindi, mentre capisco che si può taroccare anche il concetto di musica italiana, si formano file di danzatrici e danzatori che ripetono a specchio i movimenti di una leader sul palco: e quindi una mano alla cabeza, una mano alla centura, un movimiento sexy e via così fino a mezzanotte. Ed è lì, in quell’esatto istante, che parte finalmente la vera musica italiana, con le casse che diffondono la voce di Claudio Cecchetto che invita a Dormire, Salutare, Autostop, Starnuto, Camminare e tante altre cose ancora.
E quindi non c’è rimasto altro che camminare, tornare a casa e dormire, e così abbiamo fatto.
Una volta a casa, nuovamente sprofondato nell’afa domestica, ho continuato a domandarmi il senso di quello spettacolo. Un gesto sincero di accoglienza da parte di una comunità verso un’altra, in un territorio dove la convivenza esiste solo all’interno delle dinamiche lavorative ma mai si realizza in quello che è il tempo libero e i momenti di socialità condivisa? O un atto di puro tokenismo culturale, che più che ad abbattere le divisioni mira a rinsaldare le gerarchie e lo status quo? Un’apertura o una concessione?
In particolare, il gesto di mettere la musica bhangra senza lasciare il controllo della consolle a nessuno di loro, cosa significava? L’ansia comparativa dell’MC, che continuava a ripetere che balliamo meglio noi italiani al ritmo di canzoni che italiane non erano, che senso aveva? Anzi, che funzione aveva? Non sto mettendo in discussione le buone intenzioni di nessuno, MC e dj compresi, ma che senso avevano quei volti di donna proiettati a una folla di danzatori solo maschi, con altri due maschi sul palco? Quale intersezione nella prossemica delle relazioni umane andavano a toccare? Che cosa c’entravano le immagini di ammiccanti donne africane in una Bollywood night al centro dell’Agro Pontino? Come si legavano tutti questi pezzi insieme, secondo quale partitura logica? Questo continuo ricorso al noi e loro, il mancato rispetto per il copricapo di un bambino che per lui ha un valore sacro deve per forza avere un senso, in una terra dove la comunità sikh è presente da ormai trent’anni e quindi si presume che la sacralità di quel fazzoletto di cotone dovrebbe essere ormai nota a tutti? Perché tutti questi gesti di buona volontà mi puzzano di razzismo introiettato? Sono io lo stronzo giudicante, estraneo a entrambe quelle comunità eppure a disagio nella sera di un dì di festa - che tradizionalmente dovrebbe servire a sovvertire anche solo simbolicamente l’ordine e invece lo riafferma nella più subdola delle maniere, quella di una finta amicizia costruita sulle gerarchie?
L’unica certezza, in ogni caso, è che la mattina dopo quelle stesse gerarchie avrebbero esplicato tutta la loro indiscutibile autorità in un campo di meloni o di pomodori da raccogliere sotto un sole cocente, a temperature che sfiorano i 40° all’ombra e nell’afa melmosa di quelle che una volta erano le paludi pontine. E a ballare ci si ripensa l’anno prossimo.