Conversazione con Francesco Giubileo, sociologo del lavoro e consulente in politiche attive del lavoro: come cambiano il mercato del lavoro e le politiche attive?

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01 marzo 2021
Nella competizione internazionale del lavoro, emergono scenari finora inediti per le organizzazioni sociali, per i sistemi complessi, per i sistemi organizzativi animati dal cambiamento tecnologico dei processi produttivi. Vieppiù sarà sempre più centrale il pilastro dell’investimento in capitale umano, nelle infrastrutture sociali, nella creatività, e nella partecipazione cognitiva delle persone al centro dei contesti, con la dotazione di una politica efficace in tal senso su formazione e lavoro.

Ci orienteremo su tale struttura del mercato del lavoro con il ricercatore Francesco Giubileo, dottore di ricerca in valutazione dei servizi pubblici per l’impiego e del mercato del lavoro, con varie pubblicazioni come “il modello di welfare occupazionale in Lombardia”, “ Una possibilità per tutti. Proposte per un nuovo Welfare”.

Come sono cambiate le politiche attive del lavoro in questi anni dal Jobs Act al Reddito di Cittadinanza, e come giudica gli ultimi provvedimenti del governo nella fase da crisi da Covid-19?

Le politiche attive del lavoro in questi anni hanno visto una produzione normativa notevole, dal Decreto Legislativo 150/2015 alla Fase II del Reddito di cittadinanza. Un produzione che in molti casi è rimasta solo “teorica” e difficilmente applicabile durante tutti i governi che si sono visti in questi ultimi cinque anni. Possiamo quindi dire che nella sostanza non vedo enormi cambiamenti. Le cause molteplici di questa mancata attuazione fanno riferimenti ad una serie di fattori, ma in particolare al rapporto Stato-Regioni che logora lo sviluppo di qualsiasi politica del lavoro. In altri termini, per ogni tema legato alle politiche attive si deve passare dal confronto con le Regioni, confronto che spesso termina come le peggiori riunioni di condomino, producendo spesso soluzioni molto distanti dalla visione originale, come si è visto con l’Assegno di ricollocazione o i Navigator.
Inoltre, nell’introduzione del Reddito di Cittadinanza paghiamo a caro prezzo l’inesperienza del quadro politico che non avendo capacità operative adeguate ha collegato, in modo totalmente sbagliato, politiche volte a contrastare la povertà con strumenti dedicati alle politiche attive del lavoro, ovviamente i risultati ottenuti non potevano che essere deludenti.

Per poter comprendere come le politiche attive sono concretamente cambiate, sarebbero necessarie analisi valutative indipendenti degli strumenti realizzati, purtroppo in Italia non se ne realizzavano, anzi spesso tali valutazioni sono “auto-celebrativi” e fornite dallo stesso ente che ne ha realizzato l’intervento. Ad esempio, uno dei pochi strumenti realizzati in Italia in questi anni è stata Garanzia Giovani, che secondo la Corte dei Conti europea è stato un mezzo “disastro”, perché utilizzata prevalentemente dai giovani più istruiti, ha inondato il mercato del lavoro con tirocini extra-curriculari creando forse situazioni di spiazzamento e infine, i cosiddetti Neet (ovvero i giovani più difficili da collocare) letteralmente sono stati completamente ignorati. Ignorato sembra essere anche questo rapporto della Corte dei Conti, perché il Governo nel rilanciare la misura persevera negli stessi identici errori.

Come cambierà il lavoro dal punto di vista organizzativo con il digitale, anche alla luce delle forti polarizzazioni nel mercato del lavoro italiano per es. con i working poor?

Partiamo dal reclutamento, il candidato ideale dovrà possedere un proprio personal branding nei vari social media, possedere più curriculum (più snelli e accattivanti di quello formato europeo), conoscere benissimo le piattaforme e i motori di ricerca del lavoro online, essere in grado di fare video CV, colloquiare con possibile datori di lavoro via online e prepararsi a rispondere adeguatamente ai test psico-attitudinali fatti da assistenti virtuali. Si tratta di un mercato del lavoro completamente diverso dal passato. Ovviamente se i disoccupati più distanti dal mercato del lavoro non saranno adeguatamente formati e preparati, rischiano di complicare ancora di più la loro ricerca del lavoro, perché non solo non sono “appetibili” al mercato ma rischiano di essere anche invisibili al mercato. Mentre, paradossalmente chi ricopre posizioni già forti in termini di formazione ed esperienza ed è preparato a questo mercato del lavoro digitale avrà molte più opportunità di lavoro. In altre parole, se non si creano adeguate politiche attive volte alfabetizzazione digitale, si inaspriranno quelle differenza già oggi presenti.
Come porteremo i nostri indicatori per esempio su occupazione femminile e su occupabilità? Quali strumenti da attuare per una vera rivoluzione ?

E’ necessario ripensare completamente alle politiche del lavoro, ma per farlo è necessario pensare a ruoli di responsabilità politica e nelle tecnostrutture di giovani generazioni nativi digitali, che possano essere in grado di cogliere le potenzialità della rivoluzione digitale. In Italia ritengo che tale rivoluzione colpisca “negativamente” soprattutto le donne adulte non istruite del mezzogiorno, perché come detto prima, rischiano di diventare invisibili nel nuovo mercato del lavoro, l’unico strumento adeguato è un intenso processo di alfabetizzazione digitale. Detto questo, l’occupazione femminile paga l’assenza di una copertura adeguata (di posti e di costi) di asili per la prima infanzia, 0-3anni per intenderci, ne è la prova le circa 40mila dimissioni che ogni anno vengono registrate dall’ispettorato del lavoro e la principale causa (se non quasi l’unica) è la cura del bambino.
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