XXVI Rapporto sulle migrazioni. Inclusione/esclusione sociale dei migranti in Italia

04 marzo 2021
Il XXVI Rapporto sulle migrazioni del 2020 pubblicato dalla fondazione ISMU restituisce stime e riflessioni accurate rispetto alla presenza dei migranti in Italia e ai loro percorsi di inclusione/esclusione sociale, Secondo il Rapporto, ad esempio, al 1° gennaio 2020 gli immigrati presentiin Italia sarebbero 5.923.000 su una popolazione di 59.641.488 residenti. Ciò significa che, in coerenza che altre stime, c'è meno di un immigrato ogni 10 residenti. Gli immigrati regolarmente residenti sarebbero circa 5 milioni, ossia l’85% del totale, i regolari non iscritti in anagrafe circa 366mila e gli irregolari invece poco più di mezzo milione, ossia 517mila (-8,0% rispetto al 2019). Tra gli immigrati regolarmente residenti gli uomini rappresenterebbero il 48,2% del totale e le donne invece il 51,8%. Analizzando meglio la presenza degli immigrati si può affermare che, rispetto al 2019, il loro numero complessivo resta sostanzialmente invariato con un calo pari al 0,7%. Nel 2020, anno segnato dallo scoppio della pandemia Covid-19, si registra un aumento degli sbarchi (34mila), dopo due anni di diminuzione (23mila nel 2018 e 11mila nel 2019). Calano invece le richieste d’asilo che nel 2020 sono state 28mila contro le 43.783 del 2019. Nonostante la ripresa degli sbarchi, il fenomeno migratorio nel Paese mostra i segnali di una relativa stagnazione che sconfessa tesi e paradossi da “invasione” e un millantato pericolo imminente per la tenuta della sicurezza nazionale. Tale tendenza potrà verosimilmente accentuarsi anche a seguito della crisi economico-sociale che il post-pandemia porterà con sé, rallentando gli arrivi e incentivando la mobilità degli immigrati e naturalizzati verso altri paesi. In prospettiva una riduzione della consistenza numerica è attesa anche per quanto riguarda la componente irregolare, su cui agiranno sia gli effetti della sanatoria intervenuta nel corso del 2020, sia l’eventuale riduzione della forza trainante di un mercato del lavoro che quasi certamente faticherà a recuperare le posizioni, già non brillanti, dell’epoca pre-Covid. In relazione agli effetti prodotti dalla pandemia sui flussi migratori in entrata e in fase di organizzazione nel tessuto sociale ed economico del Paese, durante il 2020 le richieste d’asilo in Italia sono state 28mila contro le 43.783 del 2019. In totale negli ultimi dieci anni le richieste d’asilo sono state 608.225. Risulta in calo anche il numero di nuovi permessi di soggiorno: nei primi 6 mesi del 2020 (ultimi dai disponibili) sono stati concessi a cittadini non comunitari circa 43mila nuovi permessi di soggiorno, ossia meno della metà del primo semestre 2019. Le riduzioni più consistenti sono avvenute nei mesi di aprile (-93,4%) e maggio (-86,7%) del 2020. Nel 2019 sono stati rilasciati 177.254 nuovi permessi di soggiorno, il 26,8% in meno rispetto al 2018. Il calo maggiore ha riguardato le concessioni per richiesta di asilo, passate da 51mila nel 2018 a 27mila nel 2019 (-47,4%). Al 1° gennaio 2020 si contano in totale 3 milioni e 616mila cittadini non comunitari con un permesso di soggiorno, di cui i lungosoggiornati costituiscono il 63,1%. Passando agli ingressi via mare i dati sono in controtendenza rispetto a quelli della mobilità generale: le persone sbarcate in Italia nel 2020 sono state 34mila, in aumento dopo due anni di diminuzione (23mila nel 2018 e 11mila nel 2019). Tra gli altri canali di ingresso che alimentano potenzialmente le richieste di asilo c’è quello degli arrivi irregolari via terra che dall’inizio dell’anno al 26 novembre 2020 sono stati 5.032 (nel 79% dei casi provenienti dalla Slovenia).

Per quanto riguarda gli esiti delle richieste di asilo, nel 2020 si è registrata una flessione dei dinieghi (76%) rispetto al 2019 (81%), ma comunque superiore agli anni che hanno preceduto l’abolizione della protezione umanitaria derivanti dai noti decreti “Salvini”.

L'analisi delle provenienze risultano di particolare interesse. Il gruppo migrante più numeroso residente al 1° gennaio 2020 continua a essere quello dei rumeni, anche dopo le rettifiche post censuarie (un milione e 146mila residenti, il 22,7% del totale degli immigrati residenti in Italia). Seguono circa 422mila albanesi (8,4%) e 414mila marocchini (8,2%). Al quarto posto si collocano i cinesi con quasi 289mila unità (5,7% del totale degli immigrati in Italia), poi gli ucraini con quasi 229mila unità, i filippini (quasi 158mila), gli indiani (poco più di 153mila), i bangladesi (quasi 139mila), gli egiziani (circa 128mila) e i pakistani (meno di 122mila). Le prime tre nazionalità, secondo Ismu, rappresentano da sole quasi il 39,3% del fenomeno migratorio complessivo, mentre in totale le prime dieci raggiungono il 63,5%.

Per quanto riguarda invece i migranti presenti dentro le strutture di accoglienza, in Italia al 31 dicembre 2020 risultavano accolte (negli hotspot, nei SIPROIMI – Sistema di protezione per titolari di protezione internazionale e minori stranieri non accompagnati – e nei centri di accoglienza straordinari) 80mila persone, in netta diminuzione rispetto agli anni precedenti. La Lombardia è risultata la Regione che al 31 dicembre 2020 ospitava il maggior numero di migranti, 10.494 (13% sul totale), seguita da Emilia Romagna (8.392) e Lazio (7.491).

Nel 2019 le acquisizioni di cittadinanza sono state 127mila, in lieve ripresa dopo il calo registrato nel 2018 mentre negli ultimi cinque anni la quota di minori stranieri non accompagnati (msna) sul totale degli sbarcati è stata superiore alla media decennale, oscillando fra il 13,2% e il 15,1%. Sul fronte dell’accoglienza dei minori stranieri soli, al 31 dicembre 2020 risultavano presenti e censiti nelle strutture di accoglienza italiane 7.080 msna, in grande maggioranza maschi (96,4%) e soprattutto giovani quasi-adulti (il 67% di loro ha 17 anni).
Per quanto riguarda invece la relazione tra immigrazione e lavoro, le riflessioni e i dati indicano una complessità crescente e una dinamica che risulta particolarmente interessante da analizzare. Nel 2019 gli occupati immigrati hanno infatti superato i 2 milioni e mezzo, su una popolazione in età da lavoro di oltre 4 milioni. Gli immigrati rappresentano, infatti, il 10,4% della popolazione in età attiva, l’11,2% delle forze di lavoro, il 10,7% degli occupati e ben il 15,6% dei disoccupati totali. Nel 2019 il tasso di occupazione degli stranieri è del 61% ed ha subito una lieve flessione a causa dell’andamento negativo di quello femminile. Il tasso di disoccupazione è del 13,8% (contro il 9,5% degli italiani), con punte più alte tra la componente femminile (16,3%) e i giovani non comunitari (24%).

Nonostante i progressi nella partecipazione degli immigrati al sistema scolastico e accademico, oltre 9 giovani lavoratori non comunitari su 10 svolgono un lavoro a bassa qualifica e bassa retribuzione. Dati che confermano il fenomeno dello svantaggio strutturale dei giovani immigrati di prima e seconda generazione, ossia una delle principali criticità per la convivenza interetnica in Italia e in Europa. A tale fenomeno si sovrappone anche la questione femminile, che emerge dall’analisi dei dati relativi ai NEET (Not in Education, Employment or Training, ovvero i giovani che non studiano né lavorano) che per le giovani donne immigrate si spiega soprattutto col loro precoce coinvolgimento nel lavoro di cura dei propri familiari: il 23,1% delle non comunitarie con meno di 24 anni, infatti, dichiara di doversi prendere cura dei figli o di altri familiari, contro il 4,1% delle italiane.

Rispetto all'impatto della pandemia si sono rilevate alcune tendenze specifiche, a partire dall'elevata percentuale di migranti tra i key-workers, impegnati nella produzione dei servizi essenziali, quali la filiera agroalimentare, il settore sanitario e della cura, la logistica. In particolare è emersa la dipendenza dei sistemi di produzione alimentare dei paesi sviluppati dai lavoratori immigrati. Inoltre la crisi sanitaria ha rivelato la precarietà e la vulnerabilità dei migranti sul mercato del lavoro e rafforzato sistemi e prassi volte a sfruttare ed emarginare i migranti, con un'accelerazione che obbliga la classe dirigente del Paese ad una immediata presa di posizione mediante politiche avanzate. Già il centro studi Tempi Moderni, infatti, in piena pandemia, aveva osservato un aumento del 15-20% di immigrati sfruttati nelle campagne italiane (40-45 mila persone), con un peggioramento delle condizioni lavorative, un incremento sia dell’orario di lavoro (oscillato tra 8 e 15 ore giornaliere) che del numero (20%) di ore lavorate e non registrate, un peggioramento della retribuzione. Su questo quadro si è innestata la regolarizzazione che ha portato in totale a 207.542 domande di emersione, di cui 176.848 per lavoro domestico e assistenza alla persona e 30.694 per lavoro nel settore primario (agricoltura e pesca): un esito importante ma in grado di incidere solo in parte sul problema dell’irregolarità dei rapporti di impiego. Senza toglierle il merito, afferma ISMU, di aver permesso l’emersione di migliaia di lavoratori irregolari, la regolarizzazione ha ribadito la distanza tra la legge e la realtà, tra la lettura che ne offre la classe dirigente del Paese e quella espressa dalla ricerca sociale più attenta e dalla realtà fattuale. La “scoperta” del ruolo chiave che il lavoro immigrato svolge in determinati comparti essenziali rende improrogabile mettere a tema, afferma Ismu, il ridisegno delle politiche migratorie secondo un approccio pragmatico alla questione che ne depotenzi la strumentalizzazione politico-ideologica.

Non mancano inoltre alcune riflessioni rispetto alle conseguenze dovuta ancora alla pandemia sul percorso scolastico dei migranti, Nel 2020 la chiusura delle scuole a causa dell’emergenza sanitaria e l’introduzione della Didattica a Distanza (DAD) “forzata” hanno cambiato infatti le vite di milioni di studenti, genitori e insegnanti. Si cominciano peraltro a stimare i costi economici e sociali del Covid anche in termini di peggioramento degli apprendimenti degli allievi (sia italiani, sia immigrati), soprattutto quelli più svantaggiati a causa di un accesso limitato a internet e/o per la mancanza del supporto genitoriale. Secondo una survey che ha coinvolto oltre 3.700 insegnanti nel mese di giugno 2020 (INDIRE), i figli di famiglie migranti sono uno fra i gruppi più esclusi dalla DAD. Ogni 100 alunni 10 sono immigrati. Passando all’analisi degli ultimi dati disponibili relativi all’anno scolastico 2018/2019 si registra che gli alunni con cittadinanza non italiana (CNI) hanno superato le 850mila unità (+16% rispetto all’ a.s. 2017/2018), pari al 10% del totale degli iscritti nelle scuole italiane. Quindi è stata raggiunta la soglia simbolica dei 10 alunni con background migratorio ogni 100. Come già evidenziato in precedenti rapporti lo scenario delle scuole multiculturali italiane è entrato da diversi anni in una fase di stasi, caratterizzata da un netto rallentamento del trend di crescita. Sotto questo aspetto le provenienze sono precise. Rumeni, albanesi, marocchini e cinesi sono sempre in cima alla classifica. Nell’anno scolastico 2018/19 gli alunni di origine rumena si confermano al primo posto (157.470, il 18,3% degli alunni CNI), seguiti dagli albanesi (118.085, il 13,6%), dai marocchini (105.057, 12,2%) e dai cinesi (55.070, 6,4%). Inoltre, negli ultimi 10 anni è raddoppiata la quota dei nati in Italia che, nell’a.s. 2018/19, supera le 550mila presenze (pari al 64,5% dei CNI) e da 6 anni scolastici consecutivi costituisce la maggioranza degli alunni immigrati. A livello di provenienze, Cina, Marocco e Albania sono i primi tre paesi per numerosità delle seconde generazioni. Anche in ragione di questi dati, ogni politica volta al respingimento, alla negazione o alla stigmatizzazione dei migranti è destinati ad infrangersi su una realtà complessa, irrinunciabile e inevitabilmente orientata ad essere interculturale e non monoculturale o monoidentitaria.

Analizzando i dati rilevati per regione, la Campania supera la Sicilia come prima regione del Sud per numero di alunni immigrati.La Lombardia è, da sempre, la prima regione per numero di alunni stranieri raggiungendo quasi le 218mila presenze nel 2018/19 (15,5% sul totale degli alunni del sistema scolastico lombardo), seguita da Emilia-Romagna (oltre 100mila, pari al 16,4% sul totale degli alunni del sistema scolastico presenti in questa regione), Veneto (circa 94mila), Lazio e Piemonte (79-78mila), Toscana (71mila). La Campania supera la Sicilia come prima regione del Sud per numero assoluto di alunni con background migratorio, oltre ad essere al primo posto per la crescita in termini percentuali nell’ultimo triennio (+15,2%). I tre quarti delle scuole hanno fino al 30% di alunni con background migratorio. Nell’anno scolastico 2018/19 le scuole non coinvolte nel fenomeno migratorio continuano a diminuire nel tempo (sono 10.211, pari al 18,3% del totale delle scuole italiane, contro il 26,1% dell’a.s 2008/2009). Cresce invece il numero delle scuole con percentuali fino al 30% di alunni con origine immigrata (oltre i ¾ delle scuole del territorio nazionale). Aumenta anche la presenza di scuole con oltre il 30% di alunni stranieri, quasi triplicate nell’ultimo decennio, che sono complessivamente 3.574, il 6,5% delle scuole italiane. Il 30% degli studenti CNI è in ritardo scolastico. Attualmente il ritardo scolastico è un fenomeno che riguarda il 9% degli studenti italiani e il 30% dei non italiani. Sebbene la quota di studenti con background migratorio in ritardo si sia ridotta di oltre 10 punti percentuali in un decennio, essa rimane ancora molto elevata e stabile negli ultimi anni, in particolare nelle secondarie di secondo grado in cui il 57% dei CNI è in ritardo di uno o più anni.

Il 32,3% dei ragazzi immigrati tra i 18 e i 24 anni abbandona gli studi, contro l’11,3% degli autoctoni. Per quanto riguarda gli ELET (Early Leaving from Education andTraining), ovvero la percentuale di giovani tra i 18 e i 24 anni che non è in possesso di un titolo di istruzione secondaria superiore o di una qualifica professionale e che non è inserita in percorsi scolastico-formativi, in circa un decennio si è verificata una riduzione percentuale di questo gruppo sia fra gli italiani sia fra gli stranieri. Tuttavia, nel 2019, gli ELET nati all’estero sono il 32,3% dei 18-24enni immigrati (il 22,2% nella media UE28), ovvero il triplo degli autoctoni, che si fermano all’11,3%.

Ancor più nel dettaglio, nei licei aumenta la presenza degli alunni immigrati. Negli ultimi 10 anni è aumentata la presenza dei CNI nei licei e parallelamente è diminuita quella negli istituti professionali. Nell’anno scolastico 2018/19 i liceali arrivano a rappresentare il 30% degli iscritti CNI del secondo ciclo, con quasi 60mila presenze nei licei italiani.I dati degli ultimi anni fanno prevedere una riduzione progressiva della popolazione scolastica di origine immigrata, dovuta in parte anche alle acquisizioni di cittadinanza, presumibilmente accelerata anche dagli effetti di medio-lungo termine del Coronavirus sull’abbandono degli studi, di cui si rilevano già tracce in alcune analisi di contesti locali. Un documento dell’USR Lombardia (2020) all’avvio del nuovo a.s. 2020/21, ad esempio, attesta un calo drastico nella quota di studenti stranieri presenti nelle scuole lombarde e, soprattutto milanesi, con una forte diminuzione dell’11%.
Il XXVI rapporto sulle migrazioni dedica un focus di approfondimento alla relazione tra immigrazione, media e politica con l’obiettivo di capire se e come l’emergenza sanitaria abbia determinato un cambiamento nel racconto della migrazione. Attraverso un’analisi dei dati rilevati dall’Osservatorio di Pavia sui telegiornali di prima serata, sulle principali trasmissioni televisive di infotainment e sulle principali testate nazionali e locali, si ritiene che l’emergenza sanitaria abbia modificato l’agenda dei media tradizionali e la visibilità dell’immigrazione abbia avuto un calo significativo. I Tg italiani nei primi nove mesi del 2020 hanno infatti dedicato all’immigrazione il 6% dei servizi, contro il 10,4% del 2019 (anno record). Stesso trend si riscontra per la stampa: l’immigrazione non fa più notizia sulle prime pagine (da marzo a giugno, la media è stata di circa 10 titoli a testata in un mese, contro i 30 nel 2019). Sotto questo profilo, nei primi 9 mesi del 2020, migranti e rifugiati, nei 7 notiziari generalisti, hanno avuto voce solo nel 7% dei servizi, mentre gli esponenti politici e istituzionali italiani sono intervenuti nel 33% dei servizi televisivi sull’immigrazione. I dati rilevati confermano che, anche se nel 2020 l’immigrazione non è stata al centro del dibattito mediatico e politico come del 2019, essa rimane comunque – complici il decreto rilancio e le elezioni regionali – un tema polarizzante e fortemente divisivo. Tra gennaio e settembre 2020, la politica nelle notizie sull’immigrazione è presente nel 25-30% dei casi, nei sette principali Tg di prima serata. Secondo un’indagine Ipsos-IUSSES 2020, infatti, i principali motivi di preoccupazione per gli italiani sono l’occupazione e l’economia (78%), mentre l’immigrazione preoccupa solo il 14% degli intervistati. Il Rapporto ISMU, dunque, rileva e riflette la multidimensionalità delle migrazioni, la loro complessità e i vari percorsi sociali, istituzionali ed economici dei migranti che avviano i cambiamenti e le trasformazioni dell'organizzazione del Paese.
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