L’alibi della zona Sar libica alla base della strage di Garabulli

Giornalista, già responsabile delle edizioni regionali e vice capo redattore della cronaca di Roma de Il Messaggero, ha approfondito i problemi dell’immigrazione.
26 aprile 2021
E’ stato abbandonato alla deriva, nel mare in tempesta, per quasi due giorni. Per quel gommone carico di disperati non c’è stato scampo: è affondato, 43 miglia a nord di Garabulli, stroncando 130 vite umane. Inascoltati tutti gli Sos inviati da Alarm Phone a Roma, a Malta, all’agenzia Frontex. Quanto alla Libia, pure avvertita, non vale neanche la pena parlarne, se non per dare una “risposta” alle attestazioni di apprezzamento e di riconoscenza espresse dal premier Draghi e dall’ammiraglio Agostini, comandante della missione europea Irini, per la Guardia Costiera di Tripoli: basti dire che per ben due volte il riscontro alle richieste di soccorso ricevute è stato che le condizioni meteo erano troppo avverse per far “uscire” le motovedette. L’unica a muoversi, spalleggiata da tre cargo privati, ma senza alcun coordinamento “istituzionale” delle operazioni, è stata la Ocean Viking, la nave della Ong Sos Mediterranee, ma non ce l’ha fatta: “Quando siamo arrivati era già tardi: navigavamo tra i cadaveri”, ha detto il comandante.
Appena Alarm Phone ha reso note le dimensioni della tragedia, non poteva non nascerne una profonda emozione: le vittime sono così tante e le circostanze così pregne di responsabilità da vincere anche il muro di assuefazione e indifferenza che ha fatto di queste morti – ben 889 dall’inizio dell’anno lungo le vie di fuga verso l’Europa – una routine: un “fatto normale” che non fa più notizia.
E’ già accaduto. Dopo la strage di Lampedusa del 3 ottobre 2013, ad esempio. Oppure per la “strage dei bambini siriani”, sempre a Lampedusa, appena otto giorni più tardi, l’11 ottobre, e dopo il naufragio con quasi 800 morti nell’aprile 2015, “la più grande tragedia del Mediterraneo”. O, ancora, quando il corpicino del piccolo Alan Kurdi è stato gettato dal mare sulla spiaggia di Bodrum, in Turchia, nel settembre 2015, e per il neonato morto a bordo della nave di Open Arms, dopo essere stato strappato al mare, nel novembre dello scorso anno. Ma ogni volta, a poco a poco, l’emozione si è spenta. Ogni volta più in fretta. E tutto è tornato nella routine di prima. Peggio di prima.
La speranza è che non ci sia la stessa, rapida “caduta di tensione” anche per la strage di Garabulli. Ma per poterlo sperare davvero occorre, innanzi tutto, un’inchiesta per appurare tutte le responsabilità. Politiche e, se ci sono, giuridiche e legali, portando l’intera vicenda di fronte a una corte di giustizia. Ma occorre, soprattutto, una analisi onesta, radicale, sulle ragioni, le circostanze, il contesto, i protagonisti e le vittime di questa e altre tragedie che negli ultimi vent’anni hanno fatto del Mediterraneo un enorme cimitero. Occorre chiedersi come mai questa catena di morte sembra infinita, ineluttabile come un destino crudele. E se l’analisi sarà onesta, non potrà non emergere che quelle 130 vite spezzate di Garabulli – come le migliaia che le hanno precedute – non sono frutto del caso: di un doloroso incidente, di una sorte avversa, di una sfida imprudente. Emergerà invece che tutte queste morti sono riconducibili direttamente alla politica condotta dall’Europa e dall’Italia sull’immigrazione. Politica di chiusura, respingimenti e muri: senza chiedersi chi sono quelli che restano al di là del muro e a quale sorte vengono condannati. Politica sull’immigrazione che, paradossalmente, non mette al centro i migranti – le persone e le loro storie – ma i metodi per non farli arrivare in Italia e in Europa, giudicandone la validità in base a quanto è più basso il numero dei migranti sbarcati e, dunque, più alto quello dei migranti bloccati dai muri via via costruiti per fermarli.
I 130 morti del 22 aprile – come tanti prima di loro – sono le vittime, in particolare, di uno dei “muri” più micidiali e subdoli ma pressoché ignoto all’opinione pubblica: la zona di ricerca e soccorso (Sar) che la Libia si è attribuita nel giugno del 2018, “sponsor” diretto l’Italia, che ha fornito navi, finanziamenti, assistenza tecnica, addestramento e, presumibilmente, impartito direttive. In realtà la Libia non ha alcuno dei requisiti necessari per gestire una zona Sar, a cominciare dal fatto che non dispone nemmeno di una centrale operativa di coordinamento e, soprattutto, che non può in alcun modo essere considerata un “porto sicuro”, come, per l’ennesima volta, ha denunciato la missione Onu anche appena un mese fa. In una parola, è una pura finzione. Ma questa finzione è diventata l’alibi dietro cui si nascondono l’Italia e Malta per delegare alla Libia quelle che dovrebbero essere operazioni di soccorso ma sono, in realtà, respingimenti di massa per procura, in modo che profughi e migranti non arrivino neanche a bussare alle porte della Fortezza Europa. Un alibi per mascherare la funzione di gendarme del Mediterraneo centrale delegata a Tripoli da Roma e La Valletta, con il totale nulla osta e, anzi, il sostegno di Bruxelles. In nome di una fantomatica “difesa dei confini” europei, come se ad arrivare fossero nemici in armi e non donne, uomini, bambini in fuga da situazioni di crisi estreme, spesso provocate proprio dalle politiche europee.
Se si vuole rendere giustizia a questi morti, allora, una delle prime cose da fare è smantellare la finzione/alibi della zona Sar libica. Perché è lì il fulcro di quanto è ancora una volta accaduto il 22 aprile 43 miglia a nord di Garabulli: Roma e La Valletta non sono intervenute trincerandosi dietro “la competenza delle autorità libiche”. Il Comitato Nuovi Desaparecidos ha sollevato da tempo questo problema enorme. Fin dal marzo 2020 ha inoltrato un esposto all’Organizzazione Marittima Internazionale (Imo) perché la Libia venga esclusa dal registro degli Stati in grado di assumersi la responsabilità di gestire una zona Sar. In questa battaglia ha cercato di coinvolgere diverse forze politiche. In particolare il Pd. Nessuna risposta. Ora è tornato alla carica con un secondo esposto, inviato, meno di un mese fa, questa volta anche alla Commissione Onu per i Diritti Umani, oltre che all’Imo. L’obiettivo è evidente: eliminare l’alibi messo in piedi quasi tre anni fa per “costringere” l’Italia, Malta o meglio ancora l’Europa a farsi carico di un efficace sistema di monitoraggio, ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale, la rotta dei migranti più pericolosa al mondo, insieme a quella atlantica verso le Canarie.
Ecco, l’emozione e l’indignazione manifestate da tanti politici e media di fronte alla strage di Garabulli sarà credibile solo se si comincerà a imboccare questa strada.
Di seguito, il testo dell’esposto inviato a Imo e Onu il 30 marzo. I dati statistici contenuti nel testo sono ovviamente aggiornati a questa data.
Dal primo gennaio al 30 marzo 2021 oltre 6.300 profughi/migranti sono stati bloccati in mare e ricondotti in Libia o fermati e arrestati dalla polizia “a terra”, sempre in Libia, mentre tentavano di raggiungere la costa mediterranea o erano in procinto di imbarcarsi verso l’Europa. In sostanza, un numero quasi pari a quello degli arrivi via mare in Italia e a Malta: 7054 (di cui 6.997 in Italia e 57 sulle isole maltesi). La guardia costiera di Tripoli, in particolare, ha intercettato e riportato in Libia, contro la loro volontà, circa 5.300 persone che erano riuscite a fuggire da quello che innumerevoli rapporti definiscono da anni “l’inferno libico”, per chiedere asilo e aiuto in Italia o comunque in uno dei paesi dell’Unione Europea. Nel corso degli anni, e in particolare negli ultimi mesi, nel Mediterraneo centrale è stato eretto un muro pressoché insormontabile contro il quale si infrangono le speranze di salvezza di decine di migliaia di persone: nel solo week-end del 28-29 marzo, le motovedette libiche – come è stato documentato dall’Organizzazione Internazionale per le Emigrazioni (Oim) e dall’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati (Unhcr) – hanno catturato quasi mille persone in fuga, prima ancora che dalla Libia, da guerre, persecuzioni, terrorismo, carestia, fame e miseria endemica, mancanza di ogni prospettiva per il futuro. E per tutte queste migliaia di persone – fermate in mare o a terra – si sono aperte le porte di centri di detenzione che più volte sono stati descritti e denunciati come autentici lager – dove viene annullato ogni diritto umano dei prigionieri – non solo dalle relazioni dell’Onu, dell’Unhcr e di numerose Ong, ma anche da sentenze della magistratura italiana.
La zona Sar libica
Le fondamenta di questo muro vanno ricercate nella zona Sar libica: la vastissima area di ricerca e soccorso che Tripoli si è attribuita nel giugno del 2018, assumendo l’onere e la responsabilità delle operazioni di salvataggio in mare delle persone in pericolo. Un compito grave e di enorme difficoltà che in realtà la Libia non è in grado di assolvere perché non dispone praticamente di quasi nessuno dei requisiti necessari per essere titolari di una zona Sar. Non dispone, cioè, di una vera centrale Mrcc di soccorso e coordinamento; non c’è traccia delle sotto-centrali costiere; a parte le motovedette cedute dall’Italia, non ha una vera flotta di navi di salvataggio; non dispone assolutamente di una flotta aerea per la ricognizione e il soccorso. Ma, soprattutto, la Libia non può in alcun modo essere considerata un “porto sicuro” dove far sbarcare i migranti intercettati in mare. Migranti che, infatti, sono in fuga proprio anche dalla Libia.
Ne consegue che la zona Sar libica è una pura finzione. Una organizzazione quasi fantasma che produce sofferenze e un numero crescente di morti e dispersi in mare:
– 286 dall’inizio di quest’anno
– 1.106 nei dodici mesi del 2020
– 1.295 nell’intero 2019.
Lo dimostrano fin troppi episodi. Uno dei più emblematici, proprio in questi giorni, il 30 marzo, è quello di un gommone stracarico in pratica abbandonato per oltre dieci ore alla deriva a poche miglia da Sabratha, fra Tripoli e Zuwara, nonostante fosse chiaro fin dall’inizio che c’erano almeno 5 vittime. O, ancora di più, tra il 17 e il 18 marzo, di fronte a Zuwara, il caso (con ben 60 morti) della barca naufragata dopo essersi incendiata, mai soccorsa dalla Guardia Costiera libica nonostante la vicinanza della costa: i quaranta superstiti sono stati tratti in salvo da alcuni pescatori e le autorità libiche hanno persino negato che ci fossero così tante vittime, asserendo che sarebbero state al massimo 5 o 6. Alleghiamo, in proposito, i rapporti redatti da Alarm Phone che ha seguito entrambi gli episodi dall’inizio alla fine e raccolto le testimonianze di alcuni sopravvissuti e di parenti delle vittime.
Non solo. Proprio perché tutto porta a concludere che si tratti di una finzione, c’è da sospettare che l’operatività della zona Sar libica sia guidata dal tacito coordinamento e da una serie di segnalazioni “esterne”, provenienti forse dalla Marina italiana e dalla flotta aerea dell’agenzia Frontex. La stessa Organizzazione Marittima Internazionale (Imo), nel momento in cui ha comunicato di aver registrato che Tripoli si era attribuita la responsabilità di questa zona Sar, ha del resto tenuto a specificare che questa registrazione deve essere interpretata come una pura presa d’atto e non come una sorta di “patente di idoneità”.
Soccorsi: delega totale a Tripoli
Ciononostante l’Unione Europea – e in particolare l’Italia e Malta – dal momento in cui è entrata in funzione questa zona Sar, hanno quasi completamente interrotto le operazioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo Centrale, delegando totalmente a Tripoli il compito di occuparsi delle barche cariche di migranti, con interventi che nella stragrande maggioranza dei casi appaiono non dei salvataggi in mare, ma solo intercettazioni e blocchi: quasi dei respingimenti indiscriminati e di massa indiretti, operati materialmente dalla Libia ma di fatto attuati su delega dell’Europa e, in particolare dell’Italia. Europa e Italia che, infatti, forniscono mezzi navali, addestramento, assistenza tecnica e logistica, finanziamenti, sulla base di accordi via via rinnovati negli anni. Nel caso specifico dell’Italia, questa procedura, inaugurata all’inizio degli anni 2000, si è particolarmente intensificata – in linea con il Processo di Khartoum (novembre 2014) – a partire dal febbraio 2017, con accordi bilaterali ribaditi nel 2020 e che sono la base-guida anche delle nuove trattative con Tripoli in materia di controllo dell’emigrazione.
Le prese di posizione dell’Onu
Ciò significa che se la zona Sar libica è – come in effetti è – una pura finzione, questa finzione è tenuta in piedi dall’Italia e dall’Europa. Senza tener conto che ciò significa inviare i migranti/profughi intercettati direttamente dal mare ai lager. Nessuno può ignorare in buona fede, infatti, qual è la realtà della Libia. Una realtà terribile che, in occasione degli ultimi blocchi in mare, è stata ribadita senza mezzi termini dall’Oim. Ripetendo per l’ennesima volta l’appello a non riportare i migranti in Libia, infatti, il portavoce dell’Organizzazione, Flavio Di Giacomo, ha denunciato: “Non c’è stato nessun miglioramento, negli ultimi anni, delle condizioni, in cui i migranti vengono trattati in Libia: una volta arrivati a terra, sono avviati ai centri di detenzione in modo del tutto arbitrario (uomini, donne e bambini) e di nuovo diventano vittime di abusi, violenze e sfruttamento: le condizioni di questi centri restano assolutamente inumane”. Ma ancora più eloquente, sulla situazione generale della Libia, è l’ultimo rapporto della Missione Onu (Unsmil) presentato di recente al Consiglio di Sicurezza dal nuovo rappresentante della Nazioni Unite a Tripoli, Jan Kubis, che parla di una situazione invivibile, sia per i libici che per gli stranieri. “La missione Onu – è uno dei passi dell’intervento – continua a documentare uccisioni, sparizioni forzate, violenze inclusi stupri, arresti e detenzioni arbitrarie, attacchi contro attivisti e difensori dei diritti umani e crimini ispirati all’odio. Vari gruppi armati continuano ad operare senza incontrare ostacoli, le violazioni dei diritti umani continuano nella quasi totale impunità”. E poi, specificamente sui migranti: “L’Unsmil è preoccupata per le gravi violazioni dei diritti umani contro migranti e richiedenti asilo da parte del personale del Dipartimento per la lotta alla migrazione illegale e dei gruppi armati coinvolti nella tratta di esseri mani”.
Respingimenti per procura
Non è credibile che l’Italia, l’Unione Europea, le cancellerie dei singoli stati Ue siano all’oscuro di tutto questo. Meno che mai, in particolare, l’Italia, principale protagonista della gestione della politica migratoria nel Mediterraneo centrale. C’è da chiedersi, allora, come ci si possa continuare a trincerare dietro una finzione come la zona Sar libica, che appare ogni giorno di più un alibi per mascherare quelli che non possono in alcun modo essere considerati salvataggi in mare. Si tratta, piuttosto, di veri e propri respingimenti di massa operati materialmente dai libici ma con il consenso e, si potrebbe forse dire, su incarico o quanto meno con la complicità di Bruxelles e di Roma. In una parola, respingimenti per procura. Il rapporto Unsmil lo dice apertamente, chiamando in causa l’Italia: “Nel febbraio 2020 è stato rinnovato per tre anni il memorandum d’intesa Libia-Italia sulla migrazione. L’accordo, i cui dettagli operativi non sono mai stati resi noti dai governi italiani, prevede il supporto italiano alle autorità marittime libiche per intercettare le imbarcazioni e riportare i migranti in Libia. Nel luglio 2020 il Parlamento italiano ha approvato la componente finanziaria dell’accordo”. Accuse analoghe vengono mosse a Malta, per gli interventi volti a favorire finanziamenti Ue alla Libia per rafforzarne “la capacità di intercettazione dei migranti” in mare.
L’alibi della zona Sar libica
Tutto ciò non sarebbe possibile – o sarebbe comunque molto più arduo – senza l’alibi della zona Sar che Tripoli si è attribuita nel giugno del 2018: è questa finzione ad offrire il pretesto per delegare totalmente alla Libia gli interventi sulle vie di fuga dei migranti in un’area vastissima del Mediterraneo. Senza porsi minimamente il problema di quale sia la sorte a cui questi migranti vengono consegnati. Proprio per porre fine a questa finzione/alibi, il Comitato Nuovi Desaparecidos nel marzo 2020 ha inviato un esposto all’Organizzazione Marittima (Imo), per sollecitare la cancellazione della zona Sar libica dal registro internazionale. Chiediamo alla Commissione Onu per i Diritti Umani di intervenire presso l’Imo e di fare tutto quanto è in suo potere per abbattere il muro eretto nel Mediterraneo Centrale in questi anni nonché di verificare se esistano responsabilità giuridico-penali, oltre che etiche e politiche, nella scelta di chiusura adottata dall’Unione Europea, dal governo italiano e dai governi dei singoli stati Ue.