Migranti: 2.050 morti in meno di 8 mesi. Ma l’Europa e l’Italia continuano a costruire muri

Giornalista, già responsabile delle edizioni regionali e vice capo redattore della cronaca di Roma de Il Messaggero, ha approfondito i problemi dell’immigrazione.
15 agosto 2021

Sono 2.050, secondo il Comitato Nuovi Desaparecidos, i profughi/migranti morti fino a metà agosto nel tentativo di arrivare in Europa: 91 lungo le “vie di terra”, in Africa, nel Medio Oriente o nella stessa Europa; 1.959 inghiottiti dal mare, nel Mediterraneo o nell’Atlantico. In appena sette mesi e mezzo si è già quasi raggiunto il bilancio di morte dell’intero 2020, quando le vittime sono state complessivamente 2.416, solo il 15 per cento in più. E alla fine dell’anno mancano ancora quasi 140 giorni, quattro mesi e mezzo.

Lungo la via di fuga del Mediterraneo centrale, verso l’Italia e Malta, le vittime risultano 1.040, con un tasso di mortalità di 1 ogni 31,9 arrivi. Le rotte spagnole, Mediterraneo occidentale ed Atlantico, si confermano le più pericolose: 904 tra morti e dispersi, pari a 1 ogni 26,8 sbarchi. Quindici infine le vittime nel Mediterraneo Orientale e nell’Egeo (1 ogni 268,6 profughi/migranti arrivati), ma con un tasso spaventoso di respingimenti di massa in mare, effettuati con estrema violenza direttamente dalla Guardia Costiera greca: secondo varie Ong, non meno di 15 mila dal marzo 2020 a oggi.

Il trend delle vittime è in forte crescita: al 30 giugno risultavano 1.526 con una media di 254,3 al mese. Dal primo luglio se ne contano altre 524, pari a una media mensile di 349,3. Se questo ritmo verrà confermato, a fine anno il bilancio potrebbe raggiungere la quota di 3.500, grossomodo pari al terribile 2017 e superato solo dall’annus horribilis 2016, quando si contarono ben 5.822 tra morti e dispersi. Di più. Il bilancio delle rotte spagnole è fortemente sottostimato. Dall’inizio dell’anno nell’Atlantico, sulla rotta delle Canarie, si sono perse le tracce di almeno 17 barche, con a bordo complessivamente 733 persone. Oltre 730 desaparecidos che, in mancanza di conferme su eventuali naufragi così come di possibili rientri in Africa o di interventi della Marina marocchina (da cui è difficilissimo avere notizie), finora non sono stati inseriti nel dossier tra le vittime, ma che è verosimile debbano essere considerati dispersi come del resto già fa, con cifre ancora più sconvolgenti, la Ong Caminando Fronteras, una delle più attente nel monitoraggio del settore Marocco-Spagna. Tenendo conto anche di questi 733, ad oggi si sarebbe già a quota 2.783, con un tasso di mortalità generale verso l’Europa di 1 ogni 24,1 arrivi e addirittura di 1 ogni 14,8, quasi il 10 per cento, sulle rotte spagnole.

Né è da pensare che, da qui alla fine dell’anno, la situazione possa migliorare. Anzi, si stanno presentando nuove crisi mentre altre vecchie di anni si stanno acutizzando: l’Afghanistan, la Siria, lo Yemen, il Mozambico, il Congo, l’intero Corno d’Africa con la tremenda guerra in Tigrai, il malessere diffuso ed anzi lo sconvolgimento profondo che rischiano di travolgere la Tunisia e l’Algeria. Senza contare situazioni di cui neanche si parla. Il Mali, ad esempio, dove proprio in questi giorni oltre 50 civili sono stati massacrati in un assalto a tre villaggi, ultima di una serie di stragi da guerra civile, in cui si mescolano questioni jiadhiste, politiche ed etniche. O il Niger, sempre più stretto nella morsa dello Stato Islamico del Grande Sahel proclamato dall’Isis e dove da gennaio ad oggi sono stati assassinati almeno 420 civili. Per non dire dei disastri ambientali. Un dato per tutti: nell’intero Sahel la siccità e l’avanzata del deserto hanno fatto crollare di quasi l’ottanta per cento la produttività dei terreni agricoli, riducendo alla fame milioni di persone e spingendone tantissime a fuggire e migrare. In più, il flagello di un’invasione senza precedenti di locuste, che si protrae da due anni.

Tutto lascia credere, insomma, che sia destinato a un forte, rapido aumento il numero dei richiedenti asilo (81,5 milioni secondo l’Unhcr nel giugno scorso) o comunque dei disperati che lanciano il loro grido d’aiuto all’Europa. Ma a fronte di questo quadro quanto mai oscuro la risposta della Fortezza Europa e dell’Italia in particolare resta quella degli ultimi venti anni, fatta essenzialmente di muri, barriere, chiusura, respingimenti. Tutto, pur di impedire che i migranti arrivino. Anche delegando il compito di “gendarmi” a milizie, come quelle libiche, che non esitano a sparare. E senza neanche provare a capire le ragioni di questa crisi epocale, in modo da cercare così delle soluzioni percorribili e stabili. Ne fanno fede i recenti finanziamenti stanziati per rinforzare ed allungare i valli fortificati eretti ai confini europei esterni (Ceuta e Melilla, regione dell’Evros in Grecia, Bulgaria, Lituania…), arrivati ad una lunghezza complessiva di oltre 1.400 chilometri, quasi dieci volte il muro di Berlino. O i milioni di euro destinati a militarizzare ancora di più le linee di confine a terra e in mare, incluso l’impiego di droni e delle tecnologie di sorveglianza più sofisticate. Ma ne fanno fede ancora di più le “barriere” politiche e legali. Uno degli esempi più evidenti è, proprio in questi giorni, l’affannarsi in incontri tra Italia e Tunisia prima e dopo la sospensione del Parlamento di Tunisi e lo scioglimento del governo in carica da parte del presidente Kais Saied. La principale preoccupazione di Roma non è stata quella di favorire un patto di riconciliazione, stabilità, ricostruzione e sviluppo, magari recuperando i valori e la spinta della “rivoluzione dei gelsomini” di dieci anni fa. No, la principale preoccupazione di Roma è stata quella di ottenere garanzie contro una possibile “bomba migratoria”, ribadendo ed anzi rafforzando gli accordi-barriera sottoscritti in passato, sollecitando al massimo misure di contrasto contro i migranti intenzionati a lasciare il paese e chiedendo che, comunque, quelli che sono pronti o riescono a partire, vengano fermati al più presto. A terra o in mare. A qualsiasi costo. E quale sia il costo lo dicono le vittime sempre più numerose sulla rotta tra la Tunisia e Lampedusa, ormai pressoché unificata con quella proveniente dalla Libia.

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