"Radici connettive. Il ’68 a Este e nella bassa padovana" (DeriveApprodi)

29 ottobre 2021

È uscito nel corso dell’estate, per Derive e Approdi, il volume “Radici connettive. Il ’68 a Este e nella bassa padovana”. Il volume è suddiviso in sezioni: Testimonianze, interviste, camei e pensieri sparsi. L’ultima sezione, la quarta, è dedicata alla memoria di due straordinarie figure di compagni, tra i protagonisti di quel biennio, fratelli nel frattempo deceduti (il secondo, Gianangelo, ci ha lasciati a lavori già “calendarizzati” o sulla via di esserlo). Nell’insieme il gruppo che ha prodotto queste radici connettive ha inteso dare voce al canto di una generazione, o di una parte comunque significativa di essa: gestazione, esplosione e particolarità di percorso nel grande mare del ’68 e del biennio immediatamente successivo ne costituiscono i confini, con alcune inevitabili concessioni, cioè incursioni in avanti nella sfera temporale, nella sezione dedicata ai compagni deceduti. Data quindi la natura dell’opera, sarebbe impossibile per chi ha partecipato a quasi tutte le diverse fasi operare lo stacco necessario ad una presentazione del suo corpo centrale. In effetti, richiesto, chi scrive non ha pensato neppure per un attimo di misurarsi con tale compito, augurandosi – e l’invito si fa ora vieppiù pressante - che talune tra le persone che hanno manifestato apprezzamento per il libro, compagne e compagni ma non solo, possa provvedervi. Piuttosto, un lavoro siffatto ha generato, quasi per inerzia, spunti utili ad un approfondimento, ma anche nodi necessitanti di chiarificazione; su questi si misura allora la presentazione che segue.

Il volume è curato da Beatrice Andreose, partecipe diretta dalla metà degli anni ’70 delle vicende di movimento che hanno preso il via dalla “esplosione” narrata nel libro. La curatrice fornisce una accurata quanto essenziale, per il lettore, introduzione. Il volume si avvale inoltre di una postfazione assai stimolante ad opera di Toni Negri. Entrambe, introduzione e post-fazione, hanno finito per giocare un ruolo di estremo rilievo nel “porre in salvo” la difficile struttura interna del libro.

La scelta fatta presentava invero il rischio di ridurre il contenuto del lavoro alla presentazione di un'esperienza assolutamente specifica, particolare. Sapevamo di aver forgiato un lavoro bello, ma anche che il tutto poteva annegare nel localismo o, peggio, presentarsi gravato di un ingiustificato sovra-dimensionamento. Orbene, sono proprio l’introduzione e la postfazione, insieme, a gettare le solide fondamenta che pongono questo “canto corale”, si scusi il linguaggio, al riparo da simili cadute. L’accurata introduzione di Beatrice ci avverte trattarsi dei prodomi di una vicenda che avrà sviluppi importanti nel tempo, sviluppi per più versi atipici in relazione ad una realtà a grandi linee periferica nel tessuto socio-politico del nord in cui è inserita. Invero, a ondate successive e con protagonisti diversi, prenderà corpo nella Bassa padovana una successione capace di intercettare in modo significativo la fase delle lotte nelle fabbriche diffuse e nei laboratori dei secondi anni ’70, le lotte sui trasporti e per la pace, per solidificarsi quindi come centro propulsivo, di rilievo nel quadro nazionale, nelle lotte ambientali negli ultimi decenni. Ciò attraverso una serie di esperienze succedutesi nel tempo, che non sta ovviamente ai protagonisti di quella prima manifestazione di contestazione dell’ordine esistente elencare. La postfazione da canto suo, con la sua ampiezza di respiro, ci riporta alla realtà di un percorso interconnesso ai mille altri di quel biennio, esplosione tra le esplosioni, all’orgogliosa rivendicazione insomma delle dieci-cento-mille emersioni locali proprie del ’68-‘69. Nel contempo e ciò non era affatto scontato, introduzione e postfazione partecipano della struttura del racconto, non ne costituiscono asettici confini. La curatrice si colloca, non so quanto coscientemente, di trequarti rispetto al coro dei protagonisti. Sorella minore di uno tra loro, a tratti rispunta, filtra tra le righe, la sensazione di stupore con cui, bambina, aveva guardato a quel che facevano e a come vivevano quel suo strano fratello ed i suoi altrettanto strani amici. Quanto alla postfazione, l’internità si manifesta nel momento in cui Negri interrompe il rigore intriso di sdegno che percorre il suo contributo, per affidarsi completamente all’afflato del ricordo di un rapporto speciale con Toni Live (soprannome di Antonio Liverani, l’altro compagno che ci ha lasciato) costruitosi e rafforzatosi nel corso degli anni della persecuzione, prorompendo infine in quell’ “Onore alla memoria di Gianangelo e Toni!” che rappresenta, assolutamente, la cifra della tensione etica che percorre il libro. Onore alla loro memoria, davvero, alla costante ricerca da parte di questi due nostri fratelli del corretto percorso in situazioni cangianti ed estremamente difficili, mentre la melma cercava da ogni dove di circondarli e circondarci tutti. Se anche in minima misura i gruppi di giovani coinvolti oggi, in un contesto tanto diverso, in differenti – anche se non meno complesse - esperienze politiche e sociali, vorranno considerare il richiamo a tale memoria come pertinente alla propria esperienza, sarà, già questo, un grande risultato del nostro sforzo.

Si è manifestata poi, nella discussione con l’autore della postfazione, una seconda questione che ogni lettore non più giovane (se c’è…) si sarà probabilmente già posto. Questo territorio, percorso a partire dal ’68 di una sequenza di esperienze e di ondate di soggettività, di cui qui è raccontata quella iniziale, è stato anche attraversato ad un certo momento dalla oculata preparazione, costruzione e messa in opera dispiegata, del più noto quanto osceno attacco politico-giudiziario ai movimenti di quegli anni: questo sì, davvero, sovraordinato, di dimensioni eccezionali, direttamente proiettato su scala nazionale oltre che locale. Ovviamente il riferimento è alla cosiddetta inchiesta (e processo) 7 aprile, ai suoi volonterosi quanto squallidi interpreti, registi e comparse. Nel volume non se ne parla, se non per alcune considerazioni svolte da Massimo. È stata una scelta spontanea, probabilmente rivendicabile in base ad una serie di motivazioni una più ragionevole dell’altra, ma in realtà diretta, immediata, scontata per quanti hanno scritto queste memorie connettive. Se la si fosse affrontata, non sarebbe poi stato possibile comporre questo libro, fatto in questo modo. Ciò ha peraltro creato problemi, di cui all’inizio il gruppo autoriale ha faticato a capire l’assoluta congruità, in qualche misura già con Massimo (l’unico di tale gruppo che non a caso vive ormai da decenni in Francia, rimanendovi anche dopo che si erano aperte le porte del possibile ritorno) e poi con lo stesso Negri, quasi la cesura indotta da quegli eventi avesse avuto ripercussioni più forti e continue nel tempo su chi vive altrove che nell’area da cui l’orrore aveva preso le mosse (il che – possiamo assicurare – assolutamente non è). Orbene, la discussione con Toni - c’ è stato un video-incontro inizialmente un pochino agitato... - ci ha aiutato a capire che, pure volendo il gruppo dei co-autori legittimamente focalizzarsi sul periodo iniziale (’68-’70), non si poteva ignorare completamente il masso che attendeva lungo il percorso temporale, far finta che non esistesse. Per converso, siamo riusciti a rendere comprensibile al nostro interlocutore la preoccupazione che per tale via il volume potesse trasformarsi in un ennesimo saggio sul 7 aprile e le sue conseguenze nefaste per lo stesso tessuto sociale e culturale del Paese, lavoro certo degno, ma non quello che avevamo cercato e voluto. Alla fine, la postfazione non solo si fa carico di quel richiamo necessario, ma riesce a farlo mantenendo una piena sintonia con il passo del racconto corale, cosa tutt’altro che facile. Di questo – ma già del fatto stesso di avere accettato – siamo, davvero, grati a Toni…

La mesa a fuoco concreta di queste memorie connettive è stata poi attraversato da una ricerca che, iniziata con tranquillità, si è fatta via via più frenetica. Gianangelo, nell’unica riunione cui riuscì a partecipare (le sue condizioni di salute, che si sapevano tutt’altro che ottimali, non facevano tuttavia presagire agli amici e antichi compagni di percorso l’imminente crollo verticale, che ha lasciato tutti attoniti) osservò che sarebbe stato opportuno riprendere lo scritto “L’arretratezza è una puttanata. Gli operai della bassa padovana all’attacco”, articolo uscito in un numero di Potere Operaio, prima serie, nel corso dell’autunno caldo (fine di ottobre), inserendolo, anche criticamente se del caso, nella discussione/conversazione a più voci.

Ma mille perquisizioni e altrettanti sequestri, per non parlare di cambiamenti di abitazione, erano passati distruggendo e facendo sparire materiali assiepati nelle soffitte, cantine e garage; anche ricerche successive, piste che sembravano promettenti, non ebbero successo. Lo stesso ricco archivio costruito da Global Project a Padova, che pure aveva messo insieme la raccolta della Serie I di PO, mancava di quello specifico numero e solo di quello. Ciò aiutò quanto meno a stabilire che si trattava del n. 7, e da quel momento la ricerca si concentrò sul “mitico” n. 7 della Serie 1, senza esito. Solo dopo l’uscita di questo libro, proprio Machina ha pubblicato on line quella serie, completa, compreso quindi il numero contenente l’articolo invano cercato. Per colmo di ironia, ciò avveniva pochi giorni dopo che dalla Francia Marie Thirion, che sta conducendo un lavoro approfondito di ricerca sulla cultura operaista nel Veneto degli anni ’60 e inizio dei ’70, aveva spedito copia dell’articolo. Diciamocelo: siamo stati protagonisti della caccia al tesoro peggio organizzata di cui vi sia memoria.

E adesso che lo abbiamo tra le mani e possiamo leggerlo? Forse non è nel solco delle memorie connettive che ne va cercata l’importanza. È una cosa scritta allora per allora, che permette tuttavia un controllo a grandi linee del contenuto e della sequenza di tali memorie. Per esempio, rende evidente un errore di cui è giusto informare il lettore. Presentando con dovizia di particolari la preparazione dell’autunno caldo nella Bassa, e poi gli avvenimenti dei mesi di settembre ed ottobre 1969, quel testo riporta particolari nel dettaglio anche esaltanti di giornate di lotta ricordate solo a grandi linee nel volume – si sa, la memoria dei vecchi non è più tanto vivida... – ma non fa cenno alla mattinata di scontro con i fascisti davanti al piazzale dell’Utita, come certo sarebbe successo se questa avesse già avuto luogo. Quella memorabile mattinata va dunque collocata oltre, nel mese di novembre del ’69. A ben pensarci, ciò risulta pure logico, trattandosi di una risposta violenta organizzata a freddo quando però era ormai chiaro alla “controparte” (al padrone) che stava perdendo completamente il controllo della situazione, se non faceva qualcosa di clamoroso.

Proprio sulla questione della memoria storica è opportuno soffermarsi in conclusione, riprendendo accenni presenti nell’introduzione, come anche qua e là nel volume. Negli ultimi 50 anni sono usciti non pochi testi storici dedicati a Este, la Bassa, i colli Euganei nel Novecento, anche con la collaborazione di studiosi meritevoli di stima intellettuale. Eppure, per lo più questi lavori chiudono con pedissequi e acritici richiami alla vergognosa costruzione giudiziarie accennata. A volte la differenza tra la cialtroneria nella stesura delle pagine finali di questi lavori e le parti precedenti indurrebbe a ritenere che vi sia un malcelato imbarazzo, una sorta di tentativo dei curatori di salvarsi l’anima, di banalizzare... fermo restando che quelle veline le hanno comunque pubblicate, facendole passare per risultati acquisiti dalla ricerca storica (così “oggettivizzate”, diventano utilizzabili per successive veline, identiche ma presentate come risultato di lavoro di storici nel frattempo intercorso: conosciamo bene l’infame giochetto).

Purtroppo, anche in chi non ha seguito tale strada, prevale lo sforzo, degno di miglior causa, di cancellare gli eventi legati al periodo qui preso in esame, negare tout court l’importanza e, prima, l’esistenza di quel primo poderoso ciclo di lotte nella Bassa padovana. Limitandosi ai carteggi e ai volantini sindacali del periodo, alle interviste mirate, alle minute dei consigli comunali, il gioco è fatto.

Insomma, saremmo spacciati. Le lotte operaie della Bassa nell’autunno caldo e subito dopo costituirebbero o un fatto prodromico del terrorismo, o eventi secondari, affatto privi di importanza storica. Bene; bravini, proprio bravini.

Riuscirà allora una nuova generazione di storici, lavorando sui dati materiali, avvalendosi di un piano di interviste sensato (finché i protagonisti sono ancora vivi…), e della disponibilità di una copiosa massa di volantini e documenti (tra i quali, magari, anche l’articolo contenuto nel mitico n. 7 di PO), prodotta in quel periodo e successivamente, legati alla preparazione dell’autunno caldo, al suo svolgimento, alle iniziative politiche immediatamente successive, a ricostruire un tessuto credibile di quegli eventi ormai lontani? Forse, in tal caso, queste stesse Memorie connettive potrebbero aiutare quella generazione a condurre una battaglia di verità.

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