Tempi Moderni, - la nostra associazione - , è molto soddisfatta del processo che ha portato alla costituzione dell’Osservatorio che oggi presentiamo.
Questa iniziativa rafforza la diffusa consapevolezza che la lotta all’illegalità e alle mafie ancora oggi,
o forse sempre più oggi, è un’esigenza basilare per la tenuta democratica del Paese e nello specifico della Regione Lazio, quale ambito in cui di questi temi è fondamentale discutere, e per il quale mancano ancora linee di intervento adeguate.
E sono particolarmente felice della presenza tra i suoi promotori di un soggetto, il sindacato di polizia, che in qualche misura supplisce alle inadempienze del Governo e del Ministero degli Interni che si guardano bene, tra i tanti decreti legge a raffica, di farne uno che intensifichi i controlli e inasprisca le pene contro il padronato, il caporalato, lo sfruttamento di decine di migliaia di braccianti, stranieri ma non solo, e le nuove schiavitù che portano indietro l’orologio della storia almeno di un secolo.
Ovviamente, per la tradizione di ricerca e di impegno di Temi Moderni, questa è una tematica fondamentale che va affermata anche a Roma, - che ricordo essere il Comune agricolo più grande d’Europa - , e in tutta la Regione, e non circoscritta al solo Pontino, dove la nostra esperienza di ricerca–azione è meglio strutturata.
L’Osservatorio ha e avrà il compito di coordinare le analisi e le denunce dei tanti reati che si commettono in Regione. Ma non solo questo. Il nostro Presidente, Marco Omizzolo, infatti, da un paio di decenni produce analisi incontrovertibili sul tasso di connivenza tra l’economia legale e quella illegale, come anche sulle complicità politiche di sistemi criminali che arrivano ad impedire lo scioglimento di amministrazioni comunali - è arcinoto il caso di Fondi, e a determinare drammatici casi di omicidio di lavoratori, come nel caso di Satnam Singh.
Il tutto corredato e sostenuto da un assordante silenzio, figlio della convenienza a ché sulla nostre
tavole e in quelle di mezzo mondo giungano prodotti a basso prezzo, la cui catena del valore è programmaticamente squilibrata: distribuzione e vendita al vertice della classifica, produzione in basso, e tra i fattori della produzione un lavoro spesso irregolare – ma certo non per colpa dei lavoratori – e
comunque compresso fino al limite dei livelli di sopravvivenza: una sopravvivenza stentata orfana dei diritti civili, atta solo alla perpetuazione di altro sfruttamento.
E’ questo il genoma di una società malata, irretita – direbbe Ferrarotti - , ma, allo stesso tempo, ad alta efficienza. Si tratta dell’utilizzo di antiche e nuove
forme di sfruttamento che informano direttamente l’attività della criminalità organizzata e, indirettamente, quella legale e para-legale, che si “adeguano”, contribuendo così a dipingere un quadro nel quale i diritti rappresentano una variabile dipendente
o addirittura inesistente, e il profitto, l’alfa e l’omega del processo.
Nel Lazio, ma anche nella maggior parte del regioni italiane, la produzione agricola – di cui giustamente si magnifica la qualità – non potrebbe esistere nella attuali quantità prescindendo da dosi massicce di lavoro sfruttato e da un radicamento crescente delle mafie.
E’ per questo che da più parti si manifesta riluttanza a bonificare il sistema. Se il risultato di un sistema “malato di mafia” e di para legalità, ci permette
comunque alti volumi di esportazione, in nord America, in nord Europa e addirittura nei paesi del Golfo, e di far giungere sulle tavole italiane i pomodorini ad un euro e mezzo al chilo, perché
modificarlo? In fondo a pagare il prezzo delle sue macroscopiche contraddizioni sono “solo” lavoratori e lavoratrici che non interessano a nessuno, perché oltretutto in buona parte immigrati, e che a volte chiamiamo “clandestini”, criminali, o agenti della sostituzione etnica.
Perché, dunque, maggiori controlli? “Lasciamo lavorare” questi imprenditori così utili al PIL e, anche se sono contigui alla mafia, chiudiamo un occhio.
Gli immigrati, poi non godono di buona stampa. Rappresentano l’ossessione di un’area politica e sottoculturale che dice di non volerli, a meno che non si macchino del “reato” di clandestinità e
quindi, in quanto automaticamente candidati ad un’espulsione che raramente viene realizzata, portino frecce all’arco dei sovranismi, degli etnicismi e del razzismo.
I “clandestini, inoltre, servono perché impediscono di inquadrare quei 5 milioni di stranieri che clandestini non sono, ma che rischiano di diventare
clandestini se solo perdono il lavoro. Prima di tutti gli italiani e, dopo di loro, nessuno, o al massimo, dei “clandestini”.
Peccato che la stipe italica non raccolga i pomodori, non munga le vacche, e non assista i nostri anziani. Ma questo è un dettaglio di poco conto che non interessa a certa politica.
Se poi gli immigrati si riproducono. la nemesi storica si abbatte sui figli, che devono “guadagnarsi” il diritto di sentirsi riconosciuti per quello che sono, ovvero giovani italiani.
L’Osservatorio avrà molto lavoro da svolgere, ma anche il compito di indicare gli elementi per la bonifica di questo sistema malato e mafioso che, però, sembra felice di esserlo.
Tra questi, alcune certezze sono acquisite. La prima è il superamento della Bossi-Fini che è oramai riconosciuta come una legge criminogena perché predispone all’assenza di diritti e allo sfruttamento per gli immigrati in quanto soggetti fragili.
La seconda, è una revisione dell’applicazione dei decreti flussi che, in assenza di controlli,
rappresentano essi stessi un forte veicolo di illegalità.
La terza, è la doverosa apertura alle seconde generazioni dell’immigrazione, attraverso il riconoscimento della cittadinanza come diritto
naturale, e non malevolmente concesso.
E’ questo un percorso ad ostacoli, che deve avvalersi del contributo di una società che, se “civile” in parte non è più, può e deve tornare ad esserlo. Ciò
sarà possibile perché contro il genoma dell’illegalità e delle mafie, può ergersi quello della nostra Costituzione che, per fortuna, anche recentemente gli italiani hanno dimostrato di avere a cuore.
Non è un caso che le associazioni e i soggetti impegnati contro le mafie, lo sfruttamento del lavoro e la difesa della dignità dei cittadini immigrati, lungo il loro cammino hanno incontrato il supporto della Magistratura. E vale la pena di ricordare il testo integrale dell’articolo 41 della nostra Costituzione:
“L'iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla salute, all’ambiente, alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana
La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali e ambientali”
Ora, il compito della Magistratura è vigilare sul rispetto delle leggi e intervenire per sanzionare le loro violazioni. Ma anche quello di mantenere vivi lo spirito e la lettera della Legge Fondamentale. E’ per questo che che la difesa della dignità del lavoro e della legalità nei circuiti produttivi e distributivi vede spesso il suo intervento, come recentemente avvenuto per i rider del food. Se la politica non vigila, non si dica poi che la Magistratura occupa spazi non propri.
L’Osservatorio che oggi presentiamo incentra la sua attenzione sulle attività mafiose e i circuiti illegali, che sempre portano a discriminazioni, a sfruttamento, a perdita di dignità delle lavoratrici e dei lavoratori, sia di origine straniera, sia italiani. Ma non va dimenticato che lo sfruttamento, l’estrazione forsennata di valore dal lavoro, la riduzione del lavoratore a soggetto privo di diritti e di dignità, non sono turpi fenomeni appannaggio dei soli circuiti mafiosi e criminali. Purtroppo da alcuni decenni stiamo assistendo a trend per i quali il lavoro perde ruolo e voce, fino a far impallidire quel binomio cittadinanza–lavoro su cui si sono basate le tante battaglie e le importanti conquiste della seconda metà del 900: i decenni del welfare. E’ anche per questo, per una più generale svalorizzazione del lavoro che è in atto, che le mafie possono percorrere delle vere e proprie autostrade dell’illegalità
Buon lavoro, dunque, a questo Osservatorio regionale, a questa Regione e al Paese intero. A tutti noi, insomma. Ce ne è tanto da fare.