I dati diffusi da UNICEF Italia sugli infortuni tra gli studenti lavoratori sono un allarme che non possiamo ignorare: oltre 80 mila denunce nel 2025, in crescita rispetto all’anno precedente, e 8 morti. Numeri che impongono una riflessione seria sul rapporto tra scuola, formazione e lavoro. A questi dati si aggiungono quelli di Save the Children, secondo cui in Italia un minore su 15 tra i 7 e i 15 anni è coinvolto in attività lavorative. Una percentuale che sale addirittura a un ragazzo su cinque nella fascia tra i 14 e i 15 anni. Ancora più preoccupante è il fatto che oltre un quarto degli adolescenti che lavorano svolga attività particolarmente dannose per il percorso educativo e per il benessere psicofisico, perché continuative durante l’anno scolastico o svolte in orario notturno. Tra le varie dimensioni di questa drammatica condizioni si ricorda ad esempio l’impiego di minori in attività assai pericolose caratterizzate da caporalato come quelle agricole, della ristorazione, ryder e facchinaggio. Ma il fenomeno ha anche una dimensione globale che non possiamo ignorare. Secondo le stime dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro e dell’UNICEF, nel 2024 erano 138 milioni i bambini coinvolti nel lavoro minorile nel mondo, di cui 54 milioni impegnati in attività pericolose per la salute e la sicurezza. Numeri impressionanti che ci ricordano come dietro molti prodotti che consumiamo ogni giorno possano nascondersi sfruttamento, diritti negati e infanzie spezzate. Lo ha ricordato oggi anche il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, definendo il lavoro minorile una grave violazione dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Mattarella ha sottolineato che, nonostante i progressi compiuti negli ultimi venticinque anni, l’obiettivo fissato dall’Agenda 2030 di eliminare il fenomeno entro il 2025 non è stato raggiunto. Una constatazione che deve interrogare governi, istituzioni e società civile, perché dietro quei numeri ci sono milioni di bambini e in generale minori privati del diritto allo studio, alla crescita e a un futuro dignitoso. L’alternanza scuola-lavoro, i percorsi formativi, gli stage e ogni esperienza che coinvolge ragazze e ragazzi non possono mai diventare lavoro gratuito, né tantomeno lavoro senza tutele. Devono essere strumenti di crescita, non occasioni di sfruttamento o di esposizione al rischio. La formazione deve avere regole chiare, controlli rigorosi, sicurezza garantita e responsabilità definite. Quando parliamo di minori, parliamo di persone che hanno diritto prima di tutto a studiare, a crescere e a essere protette. Il diritto allo studio non può trasformarsi nel dovere di lavorare. E non può mai comportare l’obbligo di esporsi a rischi per la propria salute, la propria sicurezza o addirittura la propria vita. La scuola deve essere un luogo di formazione e di emancipazione, non un contesto in cui si accetta come inevitabile che ragazze e ragazzi paghino il prezzo più alto della precarietà e della mancanza di tutele. L’articolo 32 della Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia è chiarissimo: nessun bambino, nessuna ragazza e nessun ragazzo deve essere costretto a un lavoro che metta a rischio la salute, l’educazione o lo sviluppo. Dietro questi numeri c’è una questione sociale che riguarda la povertà delle famiglie, la dispersione scolastica, le diseguaglianze territoriali e la mancanza di opportunità. Ma c’è anche una responsabilità collettiva che riguarda i modelli di produzione e di consumo, la lotta al caporalato, alle forme di sfruttamento vecchie e nuove e alle filiere economiche, a volte condizionate anche dalle mafie, che continuano a generare profitti sulla pelle dei più deboli. Per questo servono dati aggiornati, controlli più efficaci, misure di sostegno alle famiglie, investimenti nell’istruzione e una cultura della sicurezza che metta sempre al centro la dignità della persona. La scuola deve aprire al mondo del lavoro, ma il lavoro deve rispettare la scuola. E soprattutto non può mai mettere a rischio la vita, la salute e il futuro delle nuove generazioni.
Unicef Italia: studenti lavoratori e le oltre 80 mila denunce nel 2025, in crescita rispetto all’anno precedente, e 8 morti.
di
Redazione
12 giugno 2026