Perché il caporalato non sarà sconfitto dal consumatore consapevole

Valentina Falsetta è un avvocato. Si è laureata in Giurisprudenza con tesi sul Lavoro dei migranti. Cura dal 2014 un blog personale da cui nasce il podcast “Fare cose con le parole”.
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17 giugno 2026

Quando iniziò a sorgere il problema dei grandi supermercati, ad emergere fu anche la tesi secondo la quale per contrastare sfruttamento e caporalato bisognava sviluppare in qualità di consumatori "scelte consapevoli" - sempre più difficili da fare, fra green washing e globalizzazione - così da salvare il pianeta e i diritti dei lavoratori.
In realtà, la responsabilità individuale non potrà mai sopperire le scelte legislative e politiche non intraprese; si intuisce la comodità, quindi, di questo tranello, un successo funzionale a nascondere le fonti primarie dello sfruttamento, ossia le strutture economiche e giuridiche vigenti.Se lo sfruttamento dipende dai nostri acquisti, allora non dipende più dalle scelte legislative, dal diritto dell’immigrazione, dagli squilibri di potere che attraversano le intere filiere, e non solo il settore dell’agroalimentare. La responsabilità, insomma, viene trasferita dalle istituzioni agli individui.

Ogni volta che mi pongo la domanda “cosa possiamo fare?”, torno al saggio "Davanti al dolore degli altri" di Susan Sontag, nel quale lo shock viene descritto come il mezzo più veloce per capitalizzare attenzione e che, tuttavia, da solo non basta. In questa sorta di “tele intimità” con la morte e il dolore, chi osserva deve porsi l’interrogativo di cosa poter fare, altrimenti si è solo voyeur. E allora bisognerebbe comprendere che il caporalato non nasce da una generica cattiveria dei singoli imprenditori (certo, i padroni ci sono), ma prospera all’interno di un sistema economico che ha un disperato bisogno di lavoro ricattabile, in cui l’impresa è ingranaggio.

La domanda corretta da porsi, per avvicinarci alla soluzione, non è perché alcuni lavoratori accettino condizioni che nessun cittadino italiano accetterebbe, ma come venga prodotta quella condizione di vulnerabilità. La risposta chiama in causa il diritto poiché, contrariamente a quanto suggerisce una certa narrazione pubblica, la vulnerabilità dei lavoratori migranti non deriva semplicemente dall’essere stranieri o irregolari: questo tipo di sillogismo è, oltre che errato fattualmente, pericoloso nel momento in cui diventa pedagogia politica. Trattamenti verso lo straniero in aperta violazione degli artt. 2, 3 e 36 Cost., vengono resi accettabili sui corpi di qualcuno additato come “pericoloso”, per poi estendere gli stessi su parti sempre più grandi di popolazione. Infatti, nel caso specifico dell’Italia, la vulnerabilità e la ricattabilità sono il prodotto di un impianto normativo che lega il soggiorno regolare alla disponibilità di un contratto di lavoro. I Governi succedutisi negli anni non hanno mai provveduto ad adottare, come previsto sulla carta, un documento programmatico in grado di amministrare correttamente il fenomeno (abdicando quindi all’indirizzo politico), limitandosi al Decreto flussi, ossia a una regolazione quantitativa e qualitativa, con note storture e illogicità. Lo stato di bisogno è il prodotto di una fictio iuris, vale a dire la finzione che il cittadino di paese terzo non si trovi già sul territorio italiano, dando vita allo strano paradigma del “lavoro+ingresso”. La sproporzione contrattuale è abissale: si accetta qualsiasi condizione di retribuzione e di lavoro pur di non diventare clandestini (spesso avviene comunque, rimanendo schiavi due volte), l’ascensione occupazionale è pressoché impossibile; la ghettizzazionesia occupazionale e abitativa, a cui erano destinati i 200 milioni di euro del PNRR, cristallizza la miseria e i soprusi. Questo è, in sostanza, il motivo per cui l’approccio esclusivamente penale, repressivo, seppur abbia aiutato a riconoscere il comportamento antigiuridico, non può bastare.

Dentro tale sistemica asimmetria si sviluppa quello stato che la letteratura scientifica descrive come disempowerment: tale è quella condizione per cui è impossibile, per il soggetto, realizzare tre condizioni essenziali: quelle materiali, ossia riuscire a procurarsi i beni utili a soddisfare i bisogni primari; avere le condizioni psicologiche e sociali utili ad attuare il controllo sulla propria vita; la condizione politica, ossia la possibilità di poter azionare ed esercitare i propri diritti.

Proprio il metodo dei fattori Dss si sostiene possa essere utile a tracciare un ritratto che faccia comprendere come il diritto, piuttosto che agire sull’eliminazione delle stesse, crei e incrementi le diseguaglianze. Seguendo questo ragionamento, nel cercare di migliorare le condizioni di salute dei migranti lavoratori, si dovrebbe comprendere come il sistema normativo possa intervenire in futuro: costruire le condizioni affinché essi possano godere dei beni fondamentali; soddisfare bisogni primari, restituire loro la capacità di controllo sulle proprie vite, di richiedere il rispetto dei propri diritti.

Lo stesso legislatore penale richiama questo problema quando individua lo stato di bisogno come uno degli elementi costitutivi dello sfruttamento lavorativo. È, quindi, fondamentale riconoscere che si tratta di sfruttamento prodotto istituzionalmente, perché unicamente da questa consapevolezza passa lo smantellamento della retorica criminalizzante la classe lavoratrice migrante.

Per iniziare ad affrontare con serietà il caporalato ci si dovrebbe anche porre la domanda che rappresenta l’elefante nella stanza, vale a dire come mai anche i governi di ultradestra non riescano a rispettare i propositi da campagna elettorale che avevano guadagnato il consenso dei votanti: remigrazione, CPR, rimpatri, strumenti, insieme ai blocchi navali, che non hanno cambiato lo sfruttamento dei lavoratori. La risposta è che questa vulnerabilità conviene. Conviene ai colossi finanziari, alla GDO, all’imprenditore che può comprimere il costo del lavoro, inconsapevole o impotente davanti al meccanismo economico di cui stiamo parlando, conviene a chi opera nelle intermediazioni illecite e che sempre più coincide con il potere mafioso; ma conviene soprattutto allo Stato, che continua a beneficiare economicamente di una forza lavoro indispensabile, senza mettere realmente in discussione i meccanismi che ne alimentano lo sfruttamento e non solo: sfruttando la presenza “dell’invasore”, dirigendo la rabbia sociale del cittadino impoverito da decenni di politiche scellerate verso l’altro, per guadagnare consenso elettorale.

L’esempio più evidente di questa dinamica paradossale è forse quello della sanatoria del 2020, adottata nel pieno dell’emergenza pandemica. Quando il rischio di una carenza di manodopera nei settori nevralgici è diventato concreto, il Governo è intervenuto per far emergere lavoratori che fino al giorno prima si fingeva di non vedere: interi comparti economici dipendono dal lavoro dei migranti, e tuttavia questa dipendenza viene riconosciuta soltanto quando entra in crisi.

Bisognerebbe porsi un’altra domanda: perché le forze politiche contrapposte si sono adagiate sul sistema neoliberista in relazione (anche) al fenomeno migratorio, e perché alla retorica non si ha il coraggio di rispondere con dati incontrovertibili: che sui corpi usurati, dopati, malmenati di questi lavoratori si regge il welfare dello Stato, che non rubano il lavoro agli italiani né impoveriscono le casse, e che una battaglia per i loro diritti sarebbe una battaglia per il diritto del lavoro tout court. Un lavoro da troppi anni appiattito, per tutti, su logiche padronali.

Preme sottolineare che fin qui è stato utilizzato il termine “fenomeno migratorio” in chiave prettamente empirica. Tuttavia, in un’ottica di presa di coscienza delle diseguaglianze indotte dalla globalizzazione, sarebbe corretto parlare di classe lavoratrice migrante, di proletariato; e per questo, si continua a non comprendere perché la migrazione economica rimanga fuori dalla regolazione normativa, discostandosi dalla realtà.

Quel “noi” di cui parla Sontag tende a discutere e studiare la questione come fossimo tutti appartenenti a una classe privilegiata, al di sopra – mentre mai più di ora c’è la necessità di una coscienza di classe, la quale implicherebbe smettere di guardare in basso (i migranti) credendo siano loro a rubare qualcosa, piuttosto che in alto, e unirci in una lotta contro il sistema economico padronale. In ultima istanza, credere che solo l’acquisto consapevole serva a stare dalla parte giusta, significa avallare il depotenziamento della working class dei nostri giorni.

Il consumatore consapevole non sconfiggerà il caporalato non perché le scelte individuali siano irrilevanti, ma perché il problema non ha origine nel carrello della spesa.


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