Conversazione con Agostino Megale, già segretario generale Fisac Cgil nazionale

Lorem ipsum dolor sit amet, consectetur adipiscing elit, sed do eiusmod tempor incididunt ut labore et dolore magna aliqua. Ut enim ad minim veniam, quis nostrud exercitation
15 febbraio 2021
Per riflettere sulla crisi sistemica che sta colpendo il Paese, ci serviremo delle riflessioni di Agostino Megale, attualmente coordinatore dei centri di ricerca e fondazioni della Cgil.

Dal suo osservatorio come si esce da questa impasse?

Nel pieno della crisi pandemica e della crisi economica che colpisce così duramente il nostro Paese, ma possiamo dire l’intero pianeta, assistere allo spettacolo indecoroso di una crisi di Governo annunciata e praticata dal leader di Italia Viva che col suo due per cento tiene in scacco un Paese col rischio di perdere il treno delle risorse europee della Next Generation, è una di quelle vicende che contribuisce alla perdita di fiducia dei cittadini nella politica. Questo avviene proprio quando la politica dovrebbe segnare il punto più alto del suo ruolo di servizio, con pensieri e ruoli all’altezza del bene comune rappresentato dal portare il Paese fuori dal dramma che stiamo attraversando. Per questo si ripropone il tema di ricostruire una politica e un pensiero capace di riproporre i valori a cui si sono ispirati i padri costituenti. Di questo c’è un gran bisogno.
Come ha retto il sistema bancario a questa pandemia?

Il sistema bancario ha attraversato la crisi più dura dal 1929 dopo il 2008. Il 2011 con lo Spreed a 524 ha segnato l’avvio di una crescita esponenziale dei crediti in sofferenza, passando dai 24 miliardi del 2007 agli oltre 200 del 2015. Nel triennio successivo il sistema avvia un percorso di risanamento con gli Npl che vengono ceduti e ridotti sotto i 50 Mil netti. Nel decennio si chiudono più di 6.000 sportelli, si gestiscono circa 60mila esuberi con accordi sindacali con esodi volontari e oltre 20mila giovani nuovi occupati che entrano nelle banche grazie agli accordi sindacali. Mps vede l’ingresso del Tesoro col 67 per cento, e Intesa che prima acquisisce per il valore di un euro e qualche miliardo da parte dello Stato, Veneto banca e banca Pop vicentina, mentre le 4 banche del decreto novembre 2015 vengono acquisite 3 da Ubi mentre Cariferrara da BPER. L’ultima acquisizione da parte d’Intesa di Ubi ne fa di sicuro uno tra i principali e più solidi gruppi bancari europei. Oggi dobbiamo avere consapevolezza che la crisi da COVID-19 farà crescere nuovamente le sofferenze bancarie o Npl proprio in ragione di una crisi indotta dall'emergenza sanitaria che ha prodotto e sta producendo grandi difficoltà a famiglie e imprese. Pur con tutti i decreti e i ristori, pur in presenza di prestiti con le garanzie pubbliche sopratutto le Pim, i ristoranti, gli alberghi, le agenzie di viaggio, saranno falcidiati dalla crisi. La mancata restituzione dei prestiti produrrà una nuova ondata di Npl. Per questo la Commissione europea dovrebbe modificare le norme che definiscono “Cattivo Pagatore” chi non paga una rata fino a 100 o 500 euro entro 90 giorni. Regole da modificare questo mentre si completa l’unione bancaria e va modificato con una clausola sociale il Bail In.
Quale ruolo per la finanza per una Exit Strategy?

È il paese che chiede un cambio di passo al sistema bancario per rilanciare la crescita e gli investimenti. Per questo il Governo dovrebbe essere più deciso con Bruxelles per modificare le regole sugli Npl. Oggi è tempo di una buona finanza per lo sviluppo Green per il lavoro per il Paese. Il sistema della finanza deve essere al servizio del Paese e deve operare nell’interesse dei risparmiatori e non del profitto. Tutto ciò a maggior ragione con il Recovery Plan o Next Generation che mette l’Italia con gli oltre 205 miliardi di risorse europee nella condizione di un nuovo Piano Marshall. Per la rinascita per la ricostruzione per il futuro delle nuove generazioni. Fallire questo passaggio della storia significa tradire il futuro dei nostri figli. Non lo possiamo permettere. Il Recovery plan nell’ultima versione varata prima del CdM è passato a 220 miliardi di cui il 70 per cento finalizzati ad investimenti pubblici che avranno un effetto traino anche su investimenti privati. Alla fine, con gli 86 miliardi dei fondi europei si superano i 300 miliardi. Certo anche il nuovo piano, pur avendo inserito il capitolo Investimenti e occupazione, avrebbe bisogno di indicazioni più chiare e nette in materia di quanti nuovi posti di lavoro per giovani e donne si creano. Come si affronta l’emergenza occupazione tra la fine del blocco dei licenziamenti, che pur prorogabile insieme alla cassa COVID-19 dovrà incrociare emergenza occupazionale e nuova occupazione determinata dal nuovo piano. Tutto questo ripropone con forza la necessità di un Governo al timone del Paese per governare i processi di breve e lungo periodo, e la complessità di scelte strategiche fondamentali.