"Abitare il mondo": per capire e agire nel mondo contemporaneo

PhD in sociologia, presidente della coop. In Migrazione e di Tempi Moderni a.p.s.. Si occupa di studi e ricerche sui servizi sociali, sulle migrazioni e sulla criminalità organizzata.
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08 maggio 2026


"Abitare il mondo" (Erickson, 2025) è una pubblicazione composta da due volumi riguardanti: "Forme e istituzioni della democrazia: l'Italia" e "Visione e ordine del mondo", entrambi curati dai docenti Alessandro Guerra, Nicola Ruganti e Giovanni Ruocco. La prima domanda riguarda le motivazioni che vi hanno spinto a curare due opere così ambiziose e articolate. E a quale genere di lettori vi rivolgete e perché?

L’iniziativa nasce concretamente dallo spazio di attenzione dedicato da alcuni anni dalle università a quella che convenzionalmente viene definita la “terza missione”, vale a dire l’insieme delle attività, oltre la dimensione della ricerca e della didattica, proprie della “missione” accademica, attività rivolte al mondo esterno ad esse, alla società civile.

Da anni il Dipartimento di Scienze politiche della Sapienza di Roma ha volto lo sguardo verso le scuole, come soggetto di confronto privilegiato all’interno di una visione unitaria del percorso di formazione dei giovani, nel rispetto dei diversi piani di competenza e delle differenti età di ragazzi e ragazze che ogni livello didattico incontra.

In particolare, tre anni fa abbiamo avviato un progetto, finanziato poi dall’ateneo, prima incontrando docenti delle scuole medie inferiori e superiori, per comprendere meglio il loro interesse e le loro eventuali esigenze verso un contatto con la formazione universitaria, non finalizzato semplicemente, secondo una tendenza purtroppo sempre più marcata all’interno della formazione scolastica, a costruire prima del tempo percorsi di avviamento al lavoro di ragazzi e ragazze, ma desideroso soprattutto di ampliare gli orizzonti di riferimento didattici; successivamente costruendo nelle scuole, nella relazione tra docenti dei diversi livelli formativi, seminari di approfondimento di tematiche politiche di ampio interesse.

In tal senso, abbiamo immaginato questa collaborazione come un contributo al processo di formazione alla cittadinanza, intesa in senso non strettamente giuridico, ma come educazione alla partecipazione collettiva consapevole e attiva a una comunità politica, mettendo al centro competenze e sensibilità specifiche del lavoro culturale del nostro dipartimento su tematiche, quelle politiche appunto, solo in minima parte affrontate nei programmi e nei percorsi di approfondimento scolastici.

I volumi nascono direttamente da questa esperienza molto viva, fatta con docenti delle scuole particolarmente sensibili alle tematiche politiche e a una comunicazione con il mondo oltre le mura scolastiche, in un incontro concreto tra due realtà formative contigue, eppure spesso molto distanti tra loro; raccolgono in linea di massima le lezioni tenute con loro, e si presentano, in tal senso, come testi ‘esemplari’ su specifici argomenti (il primo volume su stato, diritti, società nel quadro costituzionale italiano, il secondo racchiude uno sguardo complessivo sulle più importanti questioni globali attuali), non corredati da note, che li avrebbero appesantiti, ma da un apparato didattico formato da alcuni box di approfondimento (contenenti, tra l’altro, brani letterari e norme giuridiche di riferimento), da una bibliografia e da una sitografia (in alcuni casi anche da una filmografia e dall’indicazione di romanzi) e da alcune domande/questioni finali, utili all’ulteriore approfondimento del tema oggetto dell’intervento.

In tal senso, i testi sono pensati non per un utilizzo diretto da parte di studenti e studentesse, quanto per il lavoro dei e delle docenti, in particolare per le ore che le scuole devono dedicare, soprattutto negli ultimi anni, allo spazio dell’educazione civica. Ci siamo immaginati la possibilità di scegliere una o più lezioni, e di utilizzarle come traccia generale per sviluppare un lavoro di approfondimento personalizzato per le esigenze, le inclinazioni, le conoscenze della propria classe. L’idea è stata quella di mettere a disposizione un materiale raggiungibile agevolmente, perché l’accordo con la casa editrice Erickson ha permesso di rendere i volumi disponibili in open access dal suo sito.

L'ambizione principale, dunque, risiede nel provare a stabilire – prima di tutto nelle pratiche didattiche e poi nelle prassi pedagogiche – una vera e propria alleanza tra le scuole (in particolare quelle superiori) e l'università.

La vostra introduzione ha un titolo particolarmente significativo: "Mettere l'orecchio a terra". E' una sfida non semplice, soprattutto nella società contemporanea, perché richiede un atto di ribellione o emancipazione anche di natura posturale e dunque intellettuale. Un cambio di prospettiva per cercare di capire, comprendere e ascoltare ciò che altrimenti, pur esistendo, resterebbe condannato nelle profondità dell'organizzazione sociale. La scuola italiana e l'università, come strutture pubbliche, hanno attualmente la forza e l'indipendenza per sviluppare sul piano didattico questo progetto? Per meglio dire, sono il contenitore migliore per riuscire a mettere l'orecchio a terra? Qual è il ruolo che esse dovrebbero svolgere?

La nostra idea e la ‘sfida’ che rivolgiamo alla società e alle istituzioni, in particolare a quelle formative, è di mettersi profondamente in ascolto e collegamento con un mondo sempre più interconnesso e sempre più rapido nelle sue domande e nelle sue proposte, resistendo alla tentazione del tutto opposta a bloccare ogni proposta di innovazione o a chiudere la conoscenza in recinti delimitati, angusti e conservativi, quelli nazionali/nazionalisti, per esempio, o quelli disciplinari.

Siamo del tutto convinti che in questo tempo in cui a dominare sono le follie autoritarie, le derive ipercapistalistiche, l’intensificazione parossistica dello sfruttamento umano, ancora e sempre su base razziale, e infine, come lo definì lo psicanalista James Hillmann, questo terribile (e sempre più sfrenato) amore per la guerra, ci siano tutti i margini umani, tutte le conoscenze, e una profonda consapevolezza del passato, soprattutto dei suoi orrori, per spingere il mondo, per dirla con Fabrizio De André, in direzione ostinata e contraria: non solo i capitali economici e le informazioni, ma anche bellissime energie umane cercano di unirsi in tutto il mondo per vivere - una volta per tutte? - nella pace, nella libertà, nell’uguaglianza sociale e politica, e quindi nella felicità, e la spinta umana che viene da chi migra verso i paesi economicamente più ricchi sta lì a mostrarcelo, a ricordarcelo. Solo che queste forze, a nostro avviso piuttosto lucide nel desiderio e negli obiettivi, sono ancora troppo sparse e soprattutto non hanno dalla loro potere economico o armi, ma solo intelligenza e ragionevolezza del cuore.

Chi ha l’autorità, per esempio quella intellettuale, per leggere e raccontare tutto questo ha oggi un compito particolare: ragazzi e ragazze devono potere credere che la costruzione di un mondo radicalmente diverso sia davvero, finalmente possibile.

La diversità umana e sociale che oggi viene ospitata nelle scuole e università pubbliche rende le istituzioni dell'istruzione qualcosa di unico, in cui è davvero possibile sperimentare. Se gli studenti coglieranno un “cambio di postura” dei docenti, allora potrà determinarsi un'integrazione delle conoscenze, biunivoca, che porterà a trasformazioni positive nel processo di apprendimento e a un approccio più civico alla persona, intesa come abitante della polis, del mondo.

Nel corso degli ultimi mesi milioni di persone si sono organizzate e mobilitate nel mondo, Italia compresa, su temi come la difesa dei diritti umani, la pace, il diritto internazionale. Si tratta spesso di giovani che forse chiedono non solo diritti, ma un rinnovato protagonismo nella società contemporanea. Queste mobilitazioni sono un modo dei giovani di "abitare il mondo" secondo i contenuti espressi nell'intera pubblicazione?

La scelta di questa espressione, “abitare il mondo”, come titolo del volume è stata per noi molto importante: in questo tempo che offre spesso occasioni più mentali che fisiche di scegliere liberamente dove stare, appare ancora più dirimente, naturalmente in misura direttamente proporzionale alle proprie possibilità sociali, economiche, intellettuali, culturali, decidere comestarci: “abitare il mondo” non è un’indicazione descrittiva, ma un invito a scegliere, per quanto ci è appunto possibile, se viverlo attivamente e consapevolmente, e, in tal senso, criticamente, o al contrario accettare passivamente di attraversarlo aderendo al posto che la società, il suo sistema economico spesso così disumano, sembrano assegnarci.

‘Abitare il mondo’ è l’aspirazione a costruirsi la propria casa, così come ciascuno e ciascuna la vorrebbe, ma a farlo insieme a tutti gli altri e le altre, e non lontano da o contro di essi/e - una tendenza, questa, verso la quale ci spinge invece la forma ossessivamente individualistica e competitiva egemone nel mondo negli ultimi decenni - recuperando così profondamente l’idea di diritti umani globali comuni, parcellizzati e differenziati invece nel tempo dalla violenza pubblica dei confini politici e da quella privata dei recinti proprietari.

I due volumi sembrano invitare in modo vivace e intenso i giovani a non abbandonarsi alla disfatta o alla rassegnazione, a disconnettersi dalla "didattica a un senso solo" dei social e degli algoritmi per tornare a frequentare la formazione e gli spazi vitali, anche fisici, delle democrazie contemporanee. Quali caratteristiche ha il dialogo che cercate di instaurare con ragazzi e ragazze? Con le presentazioni che state organizzando cosa vi rimandano i giovani di oggi?

Ragazze e ragazzi ci rimandano oggi sensazioni e impressioni diverse: sono vite nuove, che sognano, desiderano, immaginano, progettano e al tempo stesso sono formate/i in e da questo mondo, e appaiono spesso spaventati/e e confusi/e dall’enorme richiesta prestazionale che subiscono. Al tempo stesso sono intelligenti, sanno muoversi bene sia nel mondo digitale che nello spazio del viaggio, e sembrano consapevoli della complessità di questo tempo caotico e contraddittorio.

L’invito principale che possiamo rivolgere loro, pensando alle storie individuali e al futuro di questa umanità, è a respingere le sirene che li invitano a mettersi da, e a farcela sempre da soli/e, e a fare invece insieme, riconoscendosi profondamente come esseri intimamente e necessariamente inseriti, fin dai primi anni di vita, in una rete di relazioni sociali reciproche costanti. Come ci capita di dire loro nelle nostre classi: nella vita la cosa principale non è stabilire dove vai, ma scegliere con chi vai.

Il principale riscontro che osserviamo è quello di giovani che si sentono sostenuti/e nell'atteggiamento di curiosità verso il mondo, nonostante tutto. Il panorama che si trova davanti chi cresce oggi invita alla desistenza, ma ragazze e ragazzi non vogliono arrendersi ed esaltano strumenti che li aiutano a tenere la testa alta, consapevolmente.

Il primo volume, con diversi saggi, sottolinea aspetti fondamentali del nostro ordinamento costituzionale come il suo antifascismo, la rilevanza della partecipazione come istituto che vitalizza la democrazia, il tema della conoscenza, dei diritti sociali e dei beni comuni. Temi fondamentali per lo stato di diritto. E' solo un utile ripasso della fondamenta dello Stato di diritto o un programma di riordino delle basi della nostra convivenza civile?

Certamente un riepilogo e una ricostruzione intellettuale di quale siano appunto le basi della comunità politica e della convivenza comune. Ma anche qualcosa di più: sicuramente un modo di riattivare la percezione dei nostri diritti (e dei nostri doveri, gli uni e gli altri necessariamente complementari) e, insieme, la rappresentazione concreta di un ordinamento non semplicemente come un sistema organizzato di norme e di procedure, ma anche come lo scheletro e il sistema nervoso della nostra società in quanto organismo complesso, fatto dei ruoli e animato dalle energie di tutti e tutte noi. In questo, le dimensioni giuridica, politica, sociale, economica, culturale devono essere considerate tutte insieme, profondamente integrate tra loro. E’ un modo per riavvicinare al senso profondo del vivere insieme e anche al valore dello spazio scolastico dell’educazione civica, tradizionalmente percepito come arido e noioso.

Per spiegare questo, è sufficiente pensare al contributo sulla fiscalità inserito nel volume che, nel titolo della lezione tenuta dal docente, più o meno suonava così: Perché pagare le tasse. In decenni in cui aggirare e raggirare il fisco sono diventati una pratica diffusa e quasi un vanto, in cui tutti i governi rivendicano a sé politiche di riduzione o di non incremento delle imposte, senza spiegare mai che un gettito ridotto di risorse nelle casse dello stato può contribuire a diminuire la spesa sociale e dunque, indirettamente, a impoverire cittadini e cittadine, spiegare il valore fondamentalmente democratico della leva contributiva, anche in termini di redistribuzione e quindi di riduzione delle disuguaglianze, appare oggi un gesto quasi eversivo, addirittura rivoluzionario!

Il secondo capitolo del secondo volume ha come titolo "Il colonialismo europeo e la globalizzazione del mondo". Cosa intendete per colonialismo europeo e per globalizzazione nel momento in cui il mondo sembra governato da democrazie sempre più autoritarie o addirittura post-democratiche e da conflitti armati devastanti e persistenti?

Per globalizzazione intendiamo quello che è accaduto progressivamente dalla prima età moderna in poi, un lungo periodo storico lungo il quale il sistema delle relazioni e delle comunicazioni mondiali (culturali, economiche, politiche, sociali) è progressivamente cresciuto, qualitativamente e quantitativamente. E questo però sempre all’ombra, o al di sopra, di un’articolazione di soggetti politici (dall’Ottocento definiti ‘stati-nazione’), in competizione tra loro, in alcuni casi in aperto conflitto reciproco (anche armato). Riteniamo difficile che questa tendenza alla globalizzazione possa essere oggi, in quanto tale, dismessa e in realtà continua a operare in diverse forme, nonostante i venti di guerra che agitano tante parti del pianeta; guerre che comunque non sono mai mancate, neppure nel lungo periodo successivo alla fine della seconda guerra mondiale, quando è stato fondato un ordine internazionale, un periodo che noi tendiamo a definire o a percepire di pace, o, quanto meno, di assenza di guerra, osservandolo dal punto di vista europeo e occidentale.

Si è trattato di un lungo periodo storico - senza dubbio dal 1492 in poi, data dal forte carattere simbolico ma anche pratico - caratterizzato da una sempre maggiore capacità politica, economica e tecnologica espansiva, soprattutto europea, basata su uno spirito commerciale finalizzato alla conquista di risorse e manodopera a basso costo, attraverso metodi quasi sempre violenti, per produrre beni e per acquistarne (o per scambiarne) altri.

Questo processo, che, allo scoppio della Prima guerra mondiale, aveva portato le potenze europee a un controllo diretto o indiretto dell’80% dello spazio mondiale, non ha in realtà esaurito il suo impatto dopo la stagione novecentesca delle decolonizzazioni, allungando la sua ombra nel presente: la tutela, spesso violenta, di interessi economici e politici, le forme di sfruttamento e di razzializzazione delle popolazioni ex-colonizzate, sono proseguite e proseguono tuttora, come tante vicende degli ultimi anni mostrano chiaramente, dall’aggressione non provocata all’Iraq all’inizio degli anni Duemila fino alle recenti rivendicazioni statunitensi della Groenlandia. Mentre l’occupazione israeliana dei territori palestinesi si presenta oggi addirittura come una prosecuzione letterale del colonialismo d’insediamento otto-novecentesco.

I giovani a cui vi rivolgete entreranno tra qualche anno nel mondo del lavoro. Quale consiglio dare per evitare di precipitare in un sistema di mercato sempre più manipolatorio, gerarchico e alienante?

E’ difficile dare consigli, soprattutto in un momento come questo, in cui la commercializzazione del mondo si è sviluppata rapidissimamente e nulla sembra sottrarsi oggi alla valorizzazione economica. Sicuramente il consiglio più forte è provare a costruire una propria strada, un proprio percorso di crescita, di farlo insieme ad altri/e, di farlo per sostenere altri/e. E questo è possibile ovunque, in qualsiasi parte del mondo, in un qualsiasi ruolo che lo consenta.

La scommessa più bella e complicata è comunque quella di provare a costruire realtà collettive capaci di immaginare e creare spazi di intervento anche innovativi, economicamente sostenibili, incrementando così il valore sociale del lavoro, e individuando e intercettando non solo i bisogni delle persone, ma anche i loro desideri, o meglio aiutando a inventarne di nuovi. Quello che dovremmo cercare è una forma di vita diversa, che in buona parte in modo disordinato esiste già, alternativa a quella capitalistica, non più costretta quindi nella morsa soffocante delle coppie produzione-consumo, efficienza-produttività economica, prestazione-competizione, che logorano gli esseri umani, riducendoli a cose.

Navigare dunque nel mercato capitalistico contemporaneo presuppone di sviluppare competenze nel tratteggiare rotte che differiscono in modo significativo da quelle tradizionali: non è un navigare a vista, ma la capacità di scegliere in ogni momento qual è il pericolo capitalistico – manipolatorio, gerarchico, alienante – da schivare.

"Abitare il mondo" è anche un grande impegno comune verso il riconoscimento e il superamento dell'indifferenza, di ogni forma di razzismo, discriminazione e d'individualismo. Conoscere ciò che accade oltre i confini del nostro quotidiano e del Paese in cui viviamo, per comprendere realtà sociali e politiche solo apparentemente lontane. Eppure il razzismo, i discorsi e le politiche d'odio sembrano non solo riemergere, ma affermarsi sul piano governativo e legislativo. Come spiegare il riemergere del razzismo e come superarlo?

Questa è la domanda cui è più difficile rispondere: la risposta è dentro la celebre affermazione di Frantz Fanon, che non lascia spazio a ambiguità e infingimenti: una società o è razzista o non lo è, non esistono società un po’ razziste. Difficile è continuare a progettare pedagogie antirazziste in un mondo che respinge oltre il mare esseri umani con la pelle o una morfologia anatomica differente dalla nostra o ne provoca, direttamente o indirettamente, la morte. Difficile è insegnare a un bambino o a una bambina l’infondatezza scientifica delle razze se davanti a lui ci sono persone con queste caratteristiche biologiche che vivono sempre nei quartieri periferici delle città o svolgono lavori insultanti e sotto pagati, o addirittura finiscono per diventare invisibili o quasi ai nostri occhi.

Eppure quel camminare o navigare di donne, uomini e bambini, che hanno un nome e un cognome, una storia e una professione, dei sogni esattamente come noi, che come noi sperano e si innamorano, sono uno specchio non solo della nostra disumanizzazione, ma della nostra stessa umanità; circolano per il mondo e solo la morte sembra poterli fermare, e viaggiando ci mostrano il limite profondo e irrazionale di ogni politica finalizzata a separare, distinguere, confinare. Dobbiamo decidere cosa vogliamo fare: se continuare a negarli e a respingerli, con politiche sempre più raffinate e feroci, come quelle degli ultimi anni, o, infine, cedere alla forza della vita e di lì iniziare a immaginare, anche con loro, un mondo completamente diverso.

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